Analisi e variazioni di tempo: la
Polacca op. 53 di Chopin
di Giorgio
Sanguinetti
Indice:
1. Introduzione
2. Chopin e la variazione di tempo
3. La Polacca op. 53: il motivo
4. Il contesto tonale
4.1 Due frasi identiche (o no?)
4.2 La "divagazione atematica"
5. Conclusioni
*****
1.
Introduzione
L'aspetto più difficile e sfuggente
dell'esecuzione
musicale è forse quello della scelta del tempo e delle sue
variazioni. Qual è il tempo giusto per una composizione, e
come
va stabilito? E poi, una volta deciso il tempo generale, questo va
osservato strettamente o l'esecutore può concedersi
accelerandi
e rallentandi occasionali, o addirittura cambiare il tempo in una data
parte della composizione, per poi riprendere successivamente il tempo
principale? In cosa consiste il rubato, e dove questa pratica trova
legittimità? È giustificato introdurre una
variazione
agogica anche dove il compositore non l'ha prescritta? Domande di
questo genere si pongono continuamente agli esecutori, e le risposte
ovviamente dipendono da una gran quantità di fattori, prima
di
tutto dal contesto storico e stilistico nel quale il pezzo è
originato, e dalla conoscenza della prassi esecutiva relativa alla sua
epoca e alla sua tradizione locale.[
1] Una volta stabiliti i limiti
entro i quali è possibile muoversi, una particolare
attenzione
va riservata alla narratività (se questa è
ammessa nel
contesto culturale del pezzo) oppure agli aspetti retorici e oratorii.
Tuttavia, anche esaurendo questi aspetti, e anche nel caso in cui il
pezzo appartenga ad un'epoca nella quale i compositori facevano uso di
prescrizioni dinamiche e agogiche, resta a disposizione dell'esecutore
uno spazio di libertà molto (per alcuni troppo) ampia; e
ciò accade perfino nel caso in cui l'esecutore sia
contemporaneo
al compositore e condivida con lui lo stesso ambito culturale e le
medesime convenzioni musicali. Un aneddoto può illustrare
questo
punto meglio di qualsiasi discorso astratto:
"Studiando il Te Deum [di Verdi] Toscanini aveva avuto dei dubbi circa
alcune leggere modifiche di tempo, in particolare qualche rallentando
che riteneva implicito nella musica in alcuni punti ma che Verdi non
aveva indicato sulla partitura. Chiese a Depanis che scrivesse al
compositore, il quale si trovava allora a Genova, per chiedergli un
colloquio. Il 18 aprile Verdi rispose: '… I Maestri
Toscanini e
Venturi [il maestro del coro] possono venire qua quando vogliono. Dopo
mezzogiorno io sono sempre in casa […]' I visitatori giunti
da
Torino furono cordialmente accolti a Genova dal vecchio maestro. Quando
la conversazione cadde sui Quattro Pezzi Toscanini sperò che
Verdi suonasse al pianoforte il Te Deum, ma questi gli disse invece:
'No, no, lo suoni Lei'. Toscanini si mise al piano, e ad un certo punto
accennò un rallentando che non era stampato sulla partitura.
'Bravo', disse Verdi. Toscanini s'interruppe e disse: 'Maestro, se
sapesse quanto filo da torcere mi ha dato questo passaggio…
Perché non ha indicato il rallentando?' E Verdi: 'Se
l'avessi
scritto, i cattivi musicisti lo avrebbero esagerato; ma chi
è
buon musicista lo sente e lo esegue, proprio come ha fatto Lei, senza
aver bisogno di vederlo scritto".[
2]
La splendida risposta di Verdi c'introduce all'argomento specifico di
quest'articolo: in che modo la percezione delle strutture musicali e
della loro interazione col contesto tonale e/o metrico può
condizionare la scelta dei tempi e delle variazioni agogiche non
scritte dal compositore. Anche posto in questo modo, l'argomento
è così vasto da porre una trattazione sistematica
molto
oltre i limiti di un singolo articolo. L'approccio che
sceglierò, dunque, sarà limitato alla discussione
analitica di alcuni punti di un singolo pezzo: la Polacca in La bemolle
maggiore op. 53, Eroica, di Chopin. Lo scopo dell'analisi è
di
arrivare ad alcune ipotesi circa le variazioni di tempo da adottare in
fase esecutiva.
2.
Chopin e la variazione di tempo
Il direttore d'orchestra di origine tedesca Charles Hallé ci
ha
tramandato una toccante testimonianza riguardante
l’atteggiamento
di Chopin nei confronti di un certo malcostume che già
allora si
andava diffondendo nell'esecuzione delle sue opere:
"Ricordo come, in un'occasione, [Chopin] mi appoggiasse dolcemente una
mano sulla spalla dicendomi quanto si sentiva infelice
perché
aveva sentito la sua 'Grande Polacca' in La bemolle suonata veloce, e
che questo aveva distrutto tutta la grandezza e la maestà di
questa nobile ispirazione." [
3]
Se riguardo alla scelta del tempo "giusto" Chopin era, evidentemente,
molto sensibile (un tempo troppo veloce addirittura può
distruggere “tutta la grandezza e la
maestà” della
Polacca), le testimonianze riguardanti il suo atteggiamento nei
confronti delle variazioni del tempo sono estremamente contraddittorie.
Da una parte, Chopin viene descritto da una delle sue migliori allieve
come un maestro e un pianista che “richiedeva la
più
rigorosa aderenza al ritmo, odiava ogni indugio e trascinamento, ogni
rubato mal posto così come ogni ritardando
esagerato”[
4] e
da Mikuli addirittura come un fedele utilizzatore del metronomo.
Dall'altra parte, tuttavia, lo stesso Mikuli, in un'altra
testimonianza, parlava di Chopin in termini opposti:
"Chopin era ben lontano dall'essere un partigiano del rigore metrico e
nel suo modo di suonare faceva frequentemente uso del rubato,
accelerando o rallentando questo o quel tema. Ma il rubato di Chopin
possedeva una logica emozionale incrollabile. Esso traeva sempre la
propria giustificazione da un irrobustimento o da un indebolimento
della linea melodica, da un dettaglio armonico, dalla struttura della
figurazione. Era fluido, naturale; e mai degenerava nell'esagerazione o
nell'affettazione." [
5]
Il rubato di cui parla Mikuli è quello cosiddetto del
secondo
tipo, che riguarda fluttuazioni di tempo - accelerazioni o
rallentamenti - relative a unità musicali più
ampie di
una battuta, come frasi, periodi o intere sezioni.[
6] A differenza del
primo tipo di rubato, cioè il rubato barocco (anch'esso
praticato da Chopin) questo tipo di rubato non prevede un
"risarcimento" - cioè un'alterazione di tempo opposta che
compensi la prima - allo scopo di mantenere costante la durata della
battuta.[
7] I tre esempi che porterò riguardano tutti il
secondo
tipo di rubato.
3.
La Polacca op. 53: il motivo
La forma della Polacca op. 53 è
sostanzialmente
quella che si trova di solito nella musica strumentale che deriva da
danze: un’introduzione, una sezione principale, un Trio, la
ripresa della sezione principale e una coda. Il motivo che domina la
sezione principale della Polacca è un disegno di nota di
volta
(che si può presentare anche in forma incompleta) intorno al
quinto grado melodico. Nella tonalità principale di La
bemolle
maggiore questo motivo assume l’aspetto di Mi bem.
– Fa
– Mi bem.; nelle tonalità secondarie le altezze
cambiano,
ma la loro posizione all’interno della triade locale resta la
stessa. Per esempio, nelle bb. 21-22 il motivo diventa (Fa) - Sol bem.
– Fa, ma la posizione di queste note all’interno
della
triade di Si bemolle maggiore (in quel momento la triade di tonica)
è sempre 5-6-5. Questo motivo è presente anche
nell’introduzione, in una doppia versione: una diatonica (col
Fa
naturale) e una alterata cromaticamente (col Fa bemolle).[
8]
Nell’introduzione queste due versioni sono presentate una di
seguito all’altra, in modo tale che la versione diatonica
segua
immediatamente quella cromatica.
Esempio 1:
pagina 1 -
pagina2
(Chopin, Polacca op. 53, bb. 1-32) [
9]
Con l’arrivo del Fa naturale, a b. 9, ha inizio un
trasferimento
di questa nota all’ottava superiore. Nel momento in cui in
trasferimento si compie, a b. 12, ha inizio una frenetica ripetizione
del motivo principale, che dura ben quattro battute e che sfocia nel
tema principale che ha inizio a b. 17. Lo stesso motivo, dunque,
costituisce il materiale tematico dell’introduzione
così
come quello della sezione principale, il che rappresenta una situazione
non molto frequente. Normalmente, infatti, la fine
dell’introduzione e l’inizio della sezione
principale sono
segnalati da un cambiamento tematico, il che avviene, per esempio,
nelle sonate di Beethoven che contengono un’introduzione come
le
opere 13, 53, 81a, 111. Com'è riuscito Chopin a
ottenere
il senso di enorme tensione che cresce attraverso l'introduzione per
poi risolversi nell'attacco della sezione principale senza
l’aiuto della differenziazione del materiale tematico? Io
credo
che tale differenziazione esista, e che Chopin l'abbia ottenuta
utilizzando lo stesso motivo in due situazione metriche differenti.
Esempio 2
(Chopin op. 53: riduzione proporzionale delle
durate, durational reduction, bb. 1-32)
Le forme del motivo, così come si presentano
nell’introduzione, sono riportate nell’Es. 2, che
è
una riduzione proporzionale delle durate (durational reduction) delle
prime 32 battute: cioè dell’introduzione e
dell’antecedente della prima parte. In
quest’esempio le
durate delle note, selezionate in base al loro rilievo strutturale,
sono state dimezzate e ogni gruppo di quattro battute è
stato
raggruppato in una singola battuta di 12/8.[
10] Come si vede da
quest’esempio, nell’introduzione la nota che
costituisce la
"volta" del motivo (cioè il Fa) è dissonante
rispetto al
pedale di Mi bemolle che domina il basso per tutte le prime sedici
battute, e si trova nella posizione metrica "corretta" dal punto di
vista del contrappunto (cioè in posizione non accentata). Al
momento dell'attacco del tema principale, invece, le stesse note si
trovano spostate in modo tale che la nota di volta ora cade sul
battere. Questo spostamento metrico ha l'effetto di "mettere in luce"
il motivo, il cui progressivo svelamento costituisce lo scopo
principale dell’introduzione. L’es. 3 mostra in che
modo
avviene questa graduale messa in luce del motivo.
Esempio 3
(scrittura semplificata delle prime 17 battute, con i motivi messi in
evidenza)
La prima comparsa del motivo avviene nelle bb. 1-3. La nota di volta
è in una posizione metrica non accentata, nella versione
abbassata (Fa bemolle) e nascosta in una parte interna della mano
destra. La stessa versione cromatica del motivo, questa volta "ridotta"
(privata cioè della prima nota della figura, il Mi bemolle),
è ripetuta subito dopo nella figurazione di quartine di
sedicesimi, ed è accompagnata da tutti i movimenti di
semitono
che la accompagnavano nelle altre voci sul terzo movimento di b. 2. La
versione diatonica del motivo compare, come una copia "dilatata" della
versione cromatica, tra la b. 1 e le bb. 12-13;[
11] questa volta il
motivo inizia dal registro inferiore e si conclude nel registro
superiore (il "registro obbligato" dell'intera Polacca) ma la nota di
volta si trova ancora nella posizione metrica non accentata. La nuova
posizione è annunciata dalle quartine di sedicesimi che
iniziano
sul secondo movimento di b. 13. Queste quartine ripetono il motivo Fa -
Mi bemolle, ma con le durate dimezzate e soprattutto con una posizione
metrica nuova: il Fa si trova ora sulla posizione accentata della
quartina. Finalmente, a b. 17, il motivo è pienamente
svelato e
la nota superiore (Fa) si trova su un battere di grande forza. Non
solo, infatti, il primo movimento di b. 17 è il battere di
questa battuta, ma è anche il battere dell'ipermisura che
raggruppa le quattro battute da b. 17 a b. 20; e, in più,
arriva
dopo i quattro gruppi di quattro battute ciascuno che costituiscono la
struttura metrica dell’introduzione (il ritorno del Fa nella
stessa posizione a b. 33 conferma la regolarità della
successione di quattro ipermisure). Ora, se il Fa di b. 17 rappresenta
un battere di livello così elevato, ne consegue che siamo
obbligati a reinterpretare metricamente tutta l’introduzione,
perché il Mi bemolle, che la sintetizza allo stesso livello
del
Fa, non può più rappresentare un battere; e
reinterpretandolo come levare sentiamo di conseguenza tutta
l’introduzione come un grande levare.[
12] Tale
interpretazione
è, in effetti, confermata dal fatto che tutta l'introduzione
consiste in un'espansione dell'armonia di dominante di La bemolle
maggiore, su cui risolve solo a b. 17. L'armonia di V di La bemolle,
tuttavia, viene all'inizio percepita come I di Mi bemolle maggiore;
solo gradualmente, attraverso la sua destabilizzazione (che diventa
evidente a b. 13, con la comparsa della settima, Re bemolle),
diventiamo consapevoli della reale natura dominantica di questa
"tonica".
Ora l’esecutore si trova di fronte a un problema non di poco
conto. "Reinterpretare" un passo è un’operazione
che
presuppone un "tornare indietro" da parte di chi reinterpreta: ma
l’esecutore non può tornare indietro, è
costretto a
procedere sempre in avanti. La reinterpretazione può essere
soltanto suggerita da un particolare modo di eseguire, che dia
l’idea di un inizio stabile (quasi una tonica) e di una
progressiva destabilizzazione a mano a mano che l’attrazione
della vera tonica inizia a farsi sentire. Il tempo è un
aspetto
determinante: un attacco autenticamente "maestoso" (come prescritto da
Chopin) deve dare l’impressione di stabilità, e un
graduale accelerando e crescendo a partire da b. 13 - quando
cioè la comparsa del Re bemolle sotto al completamento del
motivo di volta rende chiaro che la tonalità di Mi bemolle
è in realtà la dominante di La bemolle - deve
comunicare
il senso di tensione verso l’attacco della Polacca.
L’ultimo Mi bemolle di b. 16 costituisce un problema a parte.
Questa nota ora è diventata la prima nota del motivo, nella
sua
nuova posizione metrica, e va quindi eseguita collegandola al Fa di b.
17. La grande enfasi che questa nota ora richiede, avendo accumulato su
di sé una così grande tensione, non deve
però
tradursi in un rallentando della b. 16, perché questo
rischia di
dissipare la tensione prima che questa venga scaricata sull'attacco
della ripresa. La risposta esecutiva a questo problema – dare
sufficiente enfasi al Mi bemolle evitando ogni rallentando - potrebbe
venire da un legatissimo, quasi un portamento, che unisca le prime due
note del motivo, Mi bemolle e Fa, accompagnato da una ripresa del tempo
I (Maestoso) sull'ultimo quarto di b. 16 (si ricordi che da b. 13
è in atto un accelerando e crescendo).
4.
Il contesto tonale
Per mostrare in che modo la percezione del
contesto
tonale possa influenzare il modo di eseguire la musica
porterò
due esempi: il primo caso, il più semplice,
riguarda due
segmenti di frase identici (differiscono solo per un raddoppio
strumentale) che, a causa della differente posizione nell'ambito
tonale, assumono, a mio parere, un significato differente. Il secondo
caso riguarda una sezione molto ampia del Trio.
4.1
Due frasi identiche (o no?)
Attaccata con eroico slancio, la prima frase di
quattro
battute della Polacca (bb. 17-20) termina, in modo piuttosto insolito,
sul II grado. La frase seguente inizia come una trasposizione letterale
della precedente, ma ovviamente conclude in modo diverso (altrimenti si
instaurerebbe una spirale ascendente con esiti non proprio felici):
inizia dal II grado per terminare sul IV6. La frase che interviene
successivamente porta qualcosa di nuovo; le quattro battute sono
infatti occupate da due segmenti di due battute, il secondo dei quali
è la replica del primo, ma con una scrittura più
piena e
con un effetto, almeno al mio orecchio, alquanto diverso: molto
più affermativo e positivo del primo. Anche metricamente,
questo
terzo gruppo di quattro battute suona alquanto insolito rispetto alla
regolarità dei gruppi precedenti. Riesce infatti difficile
sentire l’inizio di b. 26 (e di b. 28) come movimenti
accentati:
essi suonano piuttosto come una continuazione della battuta precedente,
e il battere sembra anzi cadere sul secondo movimento di b. 26 (e
28). Se riprendiamo l’es. 2 (la riduzione
proporzionale
delle durate) possiamo vedere come questo gruppo di quattro
battute contenga una hemiolia: le quattro battute di 3/4 sono
cioè diventate momentaneamente due battute di 6/4 (3/4 nella
notazione dimezzata dell’es. 2), ognuna articolata
internamente
come 2+2+2. Questo ci spiega il singolare effetto metrico, ma non
ancora il fatto che queste due piccole frasi suonino così
diverse l’una dall’altra. La ragione di questa
differenza
di effetto mi sembra vada cercata nel diverso contesto tonale in cui
esse si muovono. L’es. 4, un’analisi della condotta
delle
voci di tutto l’antecedente della Polacca (bb. 17-32),
potrà chiarire meglio questo punto. Questo esempio comprende
due
grafici: a) mostra un livello intermedio più prossimo alla
superficie della musica, b) uno stadio di riduzione più
profondo. È opportuno far riferimento a entrambi per
chiarire
alcuni punti difficili come quelli alle bb. 21-24 e 25-26.
Esempi 4a e 4b
(grafici della condotta delle voci delle bb. 17-32)
La sezione principale della Polacca è costituita da due
grandi
periodi in relazione antecedente/conseguente, e modellata
dall’interruzione della discesa dell’Urlinie:
5^ - 4^ -
3^ - 2^ ||
5^ -
4^ - 3^ -
2^ - 1^
. Sul terzo movimento di b. 24 la voce superiore lascia il
5^ per il
4^ , mentre nel basso si delinea il motivo di volta Mi bem.
– Fa – Mi bem. (b. 23, battere – b. 24,
3a semiminima
– b. 26, battere). La prima delle due piccole frasi (bb.
25-26)
ha luogo mentre il 4^ nella voce superiore si sta
trasformando in
dissonanza per effetto del basso che completa il motivo scendendo sul
Mi bemolle: armonicamente il risultato è una settima sul V
grado
di La bemolle.[
13] La seconda frase (bb. 27-28) si svolge in un ambito
completamente differente: la note strutturali in carica sono il
3^ (Do) nella voce superiore e il La bemolle nel
basso. Si
osservi che le note del basso dei due segmenti solo
identiche;
mentre però il Re bemolle del basso a b. 25 è
preceduto
da un Fa, la stessa nota a b. 27 è preceduta da un La
bemolle.
Infatti il basso alle bb. 25-26 disegna essenzialmente un movimento
IV6-V-I, mentre le stesse note nel basso delle bb. 27-28 arpeggiano una
triade di La bemolle (si confronti l’Es. 4a).
L’effetto che
ne risulta è totalmente diverso: la prima volta ci troviamo
in
una situazione di instabilità tonale, mentre la seconda
volta in
una di stabilità. La prima volta il contesto tonale
localmente
instabile trasmette un senso di tensione, di ansietà dovuto
alla
dissonanza che cerca la sua risoluzione; nel secondo caso la
stabilità raggiunta permette alla frase di espandersi con
solennità e ampiezza. È quasi inevitabile per un
esecutore che sia consapevole di questa situazione accelerare la prima
frase, e al contrario allargare la seconda. Si potrebbe obiettare che
il diverso effetto del secondo segmento è dovuto al
raddoppio in
ottave: io credo che il raddoppio sia una conseguenza della situazione
sopra menzionata, e cioè che Chopin ha adottato una
determinata
disposizione strumentale per sottolineare un tratto strutturale della
musica. In questo senso, il raddoppio è già un
elemento
che pertiene alla fase esecutiva.
4.2
La “divagazione atematica"
Con l'ultimo esempio ci spingiamo a un livello più remoto
della
struttura tonale, dove quale l’effetto del passo è
dovuto
non solo alle sue relazioni con l'ambito armonico locale, ma anche alla
sua interazione con la struttura tonale complessiva
dell’intero
pezzo.
Esempio 5:
pagina1 -
pagina2
(Chopin, Polacca op. 53, bb. 128-154)
Le bb. 128-154 della Polacca op. 53 costituiscono un difficile problema
per ogni pianista. Queste battute sembrano inserire una breve, ma
incongrua, sezione cantabile in un pezzo totalmente estraneo a questo
genere di espressione, e ciò avviene per di più
poco
prima della ripresa; che dunque risulta, se queste battute vengono
eseguite cantabili e distese, piuttosto impreparata. Alcuni
commentatori, come Guido Agosti o Gastone Belotti, hanno interpretato
queste battute come un “sognante riposo prima della ripresa
del
tema” o come “l'apparizione di un'altra Polonia
[…]
una serena, idillica vita famigliare dal significato sereno e
intimistico”.[
14] Questa interpretazione, che presuppone un
senso
di stabilità e suggerisce un'affinità con il
genere
"notturno" è tuttavia in contrasto con molti e importanti
segnali messi da Chopin lungo il percorso. Prima di tutto
c'è
l'incertezza tonale: il Re che domina il basso da b. 128 a b. 136
rappresenta la tonica oppure costituisce una sorta di pedale di
dominante (come sembrerebbe suggerire la frequente destabilizzazione
della triade di Re maggiore ad opera della settima Do, come alle bb.
129, 130, 133 e 134)? [
15] Certo, la sensazione di
instabilità
di questo Re maggiore che oscilla continuamente verso il Sol minore (o
maggiore?) contribuisce certo poco a quel “significato sereno
e
intimistico” di cui parla Belotti; e ancor meno vi
contribuiscono
il ritmo sincopato dell'accompagnamento, gli sf che danno una tinta
inquietante ai bassi nel registro più grave e, infine, la
quasi
ossessiva uniformità ritmica della melodia stessa.
Sotto l'aspetto formale, la sezione che va da b. 128 a b. 154 fa parte
del Trio, cioè della parte centrale di una forma ternaria di
danza. Si tratta però di un Trio esteso e
complesso,
formato da almeno quattro elementi diversi (utilizzo, con qualche
variante, la suddivisione formale proposta da Belotti):[
16]
a) bb. 81-120: “corale (o fanfara) sull'ostinato delle
ottave”
b) bb. 121-128: “interludio cavalleresco”
c) bb. 129-150: “divagazione atematica”
d) bb. 151-154: “preparazione della ripresa”.
Ognuna delle quattro sezioni si muove in una tonalità
propria.
La sezione a) è in Mi maggiore, la b) inizia in Mi bemolle
maggiore per concludere sulla dominante di Do minore, la sezione c)
oscilla, come abbiamo già detto, tra Sol maggiore (o minore)
e
un destabilizzato, ma insistente Re maggiore, e infine la sezione
conclusiva d) si aggira tra Fa minore e un ugualmente destabilizzato Do
maggiore. Dar conto di questa molteplicità di
tonalità,
reali o apparenti, è problematico anche solo per quanto
riguarda
l'attacco del Trio: la tonalità di Mi maggiore è
infatti
lontana da quella della Polacca, e un'interpretazione in
termini
di regioni armoniche mette talvolta in imbarazzo anche chi la
propone.[
17]
Confrontando questo Trio con quello delle Polacche precedenti, ci si
può render conto della grande conquista stilistica che
questo
rappresenta. I Trii delle Polacche precedenti costituiscono
unità musicali chiuse e autonome (ad eccezione di poche
battute
di raccordo con la ripresa aggiunte alla fine del Trio nelle op. 26 n.
2 e op. 40 n. 2). Già con l'op. 44 Chopin però
inizia a
sperimentare un tipo di Trio, per così dire, meno compatto:
in
questa Polacca il Trio - una Mazurka - segue un percorso modulante
quasi erratico, e si dissolve misteriosamente su una triade di Do
diesis maggiore; è preceduto da una lunga sezione che
più
che una introduzione al Trio ha piuttosto un carattere autonomo, e
seguito da una sezione più breve che riporta alla ripresa.
Le
intenzioni di Chopin sono chiare: egli è interessato a
superare
la tradizionale forma della Polacca, con la sua giustapposizione di
sezioni chiuse, e ottenere invece un flusso unico e continuo. Chopin
ottiene questo risultato attraverso due strade: da una parte,
stemperando i confini tra le sezioni, dall'altra, evitando una stretta
corrispondenza tra struttura tonale e struttura formale. Nell'op. 53 il
Trio è ormai diventato tutt'uno col resto della
composizione, e
privo di unità tematica: la sua stessa unità
formale si
è quasi annullata in un fluido susseguirsi di melodie e
gesti
diversi.
Il percorso tonale del Trio può essere sintetizzato come un
riempimento dello spazio d'ottava che si apre tra il La bemolle che
conclude la sezione precedente, e il La bemolle che apre la ripresa
della sezione principale (Es. 6a).
Esempi 6a, b, c
(Schema del percorso tonale del Trio)
L’identificazione della seconda tappa dell’arpeggio
crea
tuttavia qualche difficoltà. I possibili candidati sono due:
il
Mi bequadro, che corrisponde alla tonalità di Mi maggiore
della
sezione a), e il Mi bemolle, che rappresenta la sezione b). La prima
scelta implica la presenza di una divisione simmetrica
dell’ottava per terze maggiori, una forma di organizzazione
tonale che diventerà una delle preferite dai compositori
verso
la fine del secolo XIX, ma che nel 1842 era ancora inconsueta;[
18] la
seconda fa riferimento alla divisione normale, asimmetrica,
dell’ottava. Entrambe le scelte sono possibili, ma ognuna
lascia
senza spiegazione una significativa sezione del Trio. Io credo che la
presenza di quest’ambiguità sia un fattore
estremamente
importante: l’intersecarsi infatti delle due divisioni
dell’ottava, simmetrica e asimmetrica, proietta su amplissima
scala il motivo principale della Polacca, Fa (Fa bem.) – Mi
bem
(cfr. Es. 6b).[
19]
L’Es. 6c mostra l’arpeggio del basso "riempito" con
le note
di passaggio: ho qui interpretato il Fa bemolle come nota di volta
incompleta del Mi bemolle, decidendo quindi per la priorità
del
Mi bemolle, cioè della divisione asimmetrica.[
20] Come
l'esempio
mostra, il Re, la nota del basso su cui si sviluppa la "divagazione
cantabile" si trova come nota di passaggio tra la seconda e la terza
tappa dell’arpeggio. L'Es. 6d mostra infine
un’analisi
più dettagliata di tutto il Trio, dalla fine della sezione
principale fino alla ripresa dello stesso passo, e comprende anche le
voci superiori. Come si vede, l’arpeggio del basso, ora
"riempito" con note di passaggio, è accompagnato da una
discesa
della voce superiore che accompagna per decime il basso: Fa bem.
– La bem. (b. 81); Mi bem. – Sol (b. 120); Re
– Fa
diesis (b. 129); Do – Mi bequadro, poi Mi bemolle (b.
145-154).
La discesa si arresta una volta raggiunto nuovamente Mi bemolle, il
5^ della
tonalità
principale, che darà il via alla ripresa, anche se la
discesa
per decime prosegue in una voce interna anche sul Si bem (b. 154) e sul
La bemolle (b. 155). Si noti l’alternanza 8-5-8-5-8 tra basso
e
contralto, necessaria per evitare le ottave parallele che incombono
nella successione di gradi armonici adiacenti. La
“divagazione
atematica”, cioè la sezione cantabile, inizia
esattamente
a metà percorso tra la seconda e la terza tappa della
divisione
dell'ottava, e prosegue fino a raggiungere il Do, terza tappa
dell'arpeggio.
Esempio 6d
(grafico della condotta delle voci delle bb. 80-155)
Il Re del basso su cui si sviluppa la “divagazione”
è situato però anche esattamente a
metà del
percorso complessivo, e suddivide simmetricamente l’ottava La
bem. – La bem. Questo Re, dunque, è preso tra due
forze:
come nota di passaggio, la sua tendenza è di muovere in
avanti;
ma, trovandosi in relazione di tritono tanto con l'inizio quanto con la
conclusione del percorso di ottava, si trova, all’interno del
campo tonale generale, in una situazione di momentaneo equilibrio,
essendo l'attrazione della tonica di partenza e di quella di arrivo
equidistante. Questo suo essere nell’ "occhio del ciclone"
spiega
la natura incerta e, appunto, divagante e inquieta della
“divagazione atematica”, la cui esecuzione
costituisce una
sfida ben più difficile delle temute ottave che accompagnano
il
corale. L’esecutore deve infatti rendere il senso di una
quiete
precaria e quasi febbrile, in uno stato di equilibrio angosciosamente
instabile.
Con la trasposizione dell'inizio della
“divagazione” una
terza minore sopra, alle bb. 137–142, comincia nuovamente a
farsi
sentire l’attrazione della terza tappa
dell’arpeggio - il
Do - e il crescendo della b. 136 ha lo scopo di comunicare il senso di
una ritrovata direzione e di maggior sicurezza che deve improntare
questo momento, ormai avviato verso la ripresa. L'arrivo sulla
penultima tappa dell'arpeggio, il Do, è sottolineato da un
tetracordo discendente nel basso ripetuto due volte, le cui note sono
enfatizzate da sf. Il grande arpeggio del basso accumula energia da b.
151 in avanti: il Do è trasferito di un'ottava al basso
prima di
lasciar posto al Si bemolle, nell'ultimo movimento di b. 154. Questa
battuta riveste un'importanza cruciale: la linea strutturale
dell'arpeggio "riempito" del basso da b. 121 in avanti (Mi bem. - Re
– Do) è ripetuta in forma estremamente condensata
nei
primi due movimenti e nella prima metà del terzo di b. 154
(Mi
bem. - Re bem. – Do), e solo nella seconda metà
del terzo
movimento appare infine il Si bemolle, gravato (forse sarebbe meglio
dire "schiacciato") dal compito di rappresentare la dominante che
scatenerà l'esplosione della ripresa.
La scelta del tempo, in questo caso, è cruciale ma anche
difficilissima. La “divagazione atematica” non
può
essere eseguita lentamente, altrimenti se ne tradisce il carattere di
transitorietà (e del resto Chopin non prescrive alcun
cambiamento di tempo: esiste un’unica indicazione di tempo,
Maestoso, all’inizio, poi più nulla). Anche la
semplice
prosecuzione del tempo generale, tuttavia, non sembra molto
indicata: in questo modo si eviterebbe certamente l'effetto del
"notturno", ma un'esecuzione a tempo renderebbe molto difficile
trasmettere quell'impressione di una momentanea assenza di tensione che
costituisce il carattere di questo passo; per non parlare di
un'esecuzione più veloce del tempo generale, evidentemente
improponibile. Per ritornare all'episodio citato in apertura, mi sembra
che ci troviamo di fronte a una situazione simile a quella che aveva
consigliato a Verdi di astenersi dall'indicare un cambiamento di tempo
in quel punto della partitura del Te Deum: qualsiasi indicazione
sarebbe eccessiva, se non addirittura sbagliata. Esistono forse
indicazioni di tempo che possono rendere l'unicità di questa
situazione? Nonostante la prudenza di Chopin, che ha evitato (come
Verdi) di indicare cambiamenti di tempo, il rallentando nella
"divagazione" è però così fortemente
richiesto
dalla musica che è diventato parte della tradizione
esecutiva,
travisando addirittura il senso della musica nel significato del
"notturno". Ma allora, quale potrebbe essere una soluzione a questo
dilemma? Il pianista deve o non deve rallentare? E in che modo?
L'analisi non è in grado di rispondere a questa domanda, ma
solo
di indicare, nell'ambito delle sue possibilità, quale
potrebbe
essere il senso generale di un'esecuzione. Una possibile (una delle
tante possibili) soluzione potrebbe essere quella di iniziare la
“divagazione atematica” con un tempo più
lento,
seguito da una graduale accelerazione verso i punti di riposo
dell’arpeggio del basso e di affidare il compito di
trasmettere
il senso di inquietudine a una alchimia di rubati, di timbro, di
pedale, di piccoli accenti (secondo la testimonianza di Lachmund, Listz
raccontava di aver ascoltato questa composizione eseguita
dall’autore, e ricordava, riproducendoli per i suoi allievi,
gli
strani accenti sfocati coi quali Chopin eseguiva gli sforzati nel
tetracordo del basso alle bb. 138-151).[
21] Di più non
è
possibile dire: ciò che l'analisi può fare
è
rendere sensibile l'esecutore nei confronti di un problema, ma la
risposta nei termini propri poi spetta all'esecutore.
5.
Conclusioni
Quest'ultimo caso ci mostra infatti, con maggiore evidenza rispetto a
quelli più semplici che ho riportato prima, quella che mi
pare
sia l’unica certezza circa il rapporto tra analisi ed
esecuzione:
e cioè che l’analisi non può
prescrivere il modo di
suonare un pezzo, ma solo incoraggiare l'esecutore a cercare la propria
soluzione a un problema particolare (ed eventualmente dire come un
pezzo non deve essere suonato). Vorrei aggiungere anche che tale
soluzione può e deve venire solo nel caso in cui ci sia, da
parte l'esecutore, una risposta emotiva all'analisi: nel caso in cui,
cioè, attraverso l'analisi l'esecutore possa rendere
esplicito
un significato che già in qualche modo percepiva o del quale
andava alla ricerca. Non credo che dalla mera traduzione in termini
esecutivi di una qualsiasi analisi, anche se eccellente, possa venir
fuori qualcosa di più di un dannoso "tirar fuori" taluni
elementi strutturali che, per l'appunto, spesso devono anche rimanere
nascosti. Per usare le parole di John Rink, “cercare di
riversare
i contenuti dell'analisi nello stampo di un'esecuzione non mi sembra
diverso dal tradurre un libro in un'altra lingua parola per parola,
senza attenzione alle particolarità idiomatiche della
seconda
lingua, alle sue inflessioni, alla sua grammatica e
sintassi”.[
22] Analisi ed esecuzione sono dunque domini
separati,
dotati di strumenti e mezzi espressivi differenti; eppure sono due
aspetti, per molti versi complementari, afferenti allo stesso campo,
quello dell'interpretazione.[
23] Solo tenendo presente questa
complementarità l'esecutore potrà avvantaggiarsi
dell'analisi, che gli consentirà dunque di esplicare,
potenziata, la sua istintiva percezione della musica che si accinge a
suonare.
F. Chopin, Polacca op. 53, A. Rubinstein
Esempio audio 1
Esempio audio 2
Note
al testo:
[1] Per un'introduzione storica a questi problemi cfr. Frederik
Neumann,
Performance
practices of the seventeenth and eighteenth centuries,
Schirmer, New York, 1993, in particolare le parti I e II (pp. 1-154).
[2] Harvey Sachs,
Toscanini,
EDT, Torino, 1981, pp. 74-75. Ringrazio Mauro Balestrazzi per aver
attirato la mia attenzione su questo episodio.
[3] Jean-Jacques Eigeldinger,
Chopin
pianist and teacher as seen by his pupils, Cambridge
University Press, Cambridge, 1986, p. 82.
[4] Si tratta di una testimonianza di Friederike Streicher citata da
Frederick Niecks,
Frederick
Chopin as Man and Musician, Novello, London, 1902; in
Eigeldinger, op. cit., p. 49.
[5] cfr. Eigeldinger,
op.
cit., p. 50.
[6] L'esistenza di due tipi di rubato in Chopin risulta dalle
testimonianze degli allievi diretti, in particolare da quelle di
Georges Mathias e di Wilhelm von Lenz. Cfr. Eigeldinger,
op. cit., pp. 49-50
e nota 98 a pp. 120-121.
[7] Sul "tempo rubato" in generale cfr. Richard Hudson,
Stolen Time: the History of
Tempo Rubato, Clarendon Press, Oxford, 1994; Sandra
Rosenblum,
"The uses of
rubato in music, eighteenth to twentieth centuries", in
Performance practices review, vol. VII, n. 1, spring 1994, pp. 33-53;
sul rubato in Chopin cfr. J.-J. Eigeldinger,
op. cit.,
specialmente pp. 49-52 e note; Id., "
Chopin et l'héritage
baroque", in Schweizer Beiträge zur
Musikwissenschaft, vol. II, 1974, pp. 51-74; Gastone Belotti,
Le origini italiane del rubato
chopiniano, Ossolineum, Breslavia, 1968.
[8] Il conflitto tra le versioni diatonica e cromatica del motivo resta
irrisolto per tutto il pezzo. Nella coda, infatti, le due versioni sono
presentate insieme (nel basso, alle bb. 171-172), poi la versione
diatonica sembra concludere con una perorazione (bb. 175-178) ma
è la versione cromatica che ha l'ultima parola, nella
cadenza
(dove il Fa bemolle è scritto enarmonicamente come Mi
naturale).
[9] Gli esempi 1 e 5 sono tratti da: Fryderyk Chopin,
Complete Works VIII: Polonaises
for Piano,
edited by Ignacy J. Paderewski, Ludwik Bronarski, Jozef Turczynski,
Warsaw, Instytut Fryderyka Chopina, Polskie Wydawnictwo Muzyczne, 1951.
[10] Il punto di partenza per lo studio della durational reduction
è il celebre articolo di Carl Schachter, "
Rhythm and linear analysis:
durational reduction",
in The music forum, vol. 5, a cura di William Mitchell e
Felix
Salzer, New York, Columbia University Press, 1980, pp. 197-232;
ripubblicato come
Durational
reduction in Unfoldings. Essays in Schenkerian theory and analysis,
a cura di Joseph N. Straus, Oxford University Press, New York e Oxford,
1999, pp. 54-78; cfr. anche William Rothstein,
Phrase rhythm in tonal music,
Schirmer, New York, 1989; Marco Renoldi, "
Eventi ingannevoli del livello
esterno: livelli strutturali ed elaborazione compositiva",
in Rivista italiana di musicologia, vol. XXX, n. 2, 1995, pp. 385-418;
Id., "
Aspetti del
contributo di Schenker allo studio delle strutture tonali. Un'analisi
del secondo movimento della sonata op. 27 n. 2",
in I classici dell'analisi e la Mondscheinsonate di Ludwig van
Beethoven, a cura di Egidio Pozzi, in Bollettino del G.A.T.M., vol.
3.1, giugno 1996, pp. 46-63.
[11] Per una chiara esposizione dell'idea di parallelismo motivico (che
comprende anche quella di ripetizione "dilatata" di un motivo) cfr.
Charles Burkhart, "
Schenker's
Motivic parallelism", in Journal of Music Theory, vol. 22,
1978, pp. 145-175.
[12] Sull'idea di "levare esteso" cfr. Edward T. Cone,
Musical form and musical
performance, Norton, New York, 1967, p. 24.
[13] L'es. 4b chiarisce meglio questa trasformazione.
[14] Cfr. Frederick Chopin,
Polacche
per pianoforte,
edizione critico-tecnica a cura di Guido Agosti, Curci, Milano, 1951,
p. 101 (nota 128); Gastone Belotti, Chopin, EDT, Torino, 1984, p. 185.
[15] Le alterazioni cromatiche che destabilizzano in queste battute le
triadi di Re maggiore, come quelle che destabilizzano il Do maggiore
nella sezione successiva (bb. 143-150) sono dovute a commistione modale
(mixture).
[16] Belotti,
op. cit.,
pp. 184-185
[17] Si veda, per esempio, Belotti,
op. cit., pp.
184-185.
[18] Un illustre precedente si trova, tuttavia, nello sviluppo del
primo movimento della Sonata op. 57 Appassionata di Beethoven, batt.
65-87.
[19] Questo motivo si riflette anche nella "modulazione" a Re diesis
maggiore (poi trasformato in Mi bemolle maggiore) alle bb. 96-97 e
116-117, dove il motivo Fa bem. - Mi bem. (enarmonicamente Mi- Re
diesis) emerge in superficie nelle ottave della mano sinistra.
[20] Discutere qui i motivi che mi hanno convinto a questa scelta
porterebbe la discussione troppo fuori strada. Mi limiterò
quindi a far osservare che la tonalità di Mi maggiore della
sezione "delle ottave" mi sembra molto meno stabile della
tonalità di Mi bemolle maggiore che apre l' "interludio
cavalleresco". Quest'ultima tonalità riesce infatti ad
aprire e
a chiudere un percorso tonale concluso in sé (bb.
121-124); mentre la tonalità di Mi maggiore, non
appena si
avventura al di fuori del pedale di tonica, finisce immancabilmente per
scendere sul Re diesis (o Mi bemolle).
[21] Eigeldinger,
op.
cit., p. 83.
[22] John Rink, recensione a Walter Berry,
Musical Structure and Performance,
in Music Analysis, vol. IX, n. 3, 1990, p. 320.
[23] Non è possibile fornire qui una bibliografia completa
sull'argomento dei rapporti tra analisi ed esecuzione: questa nota
intende solo dare alcuni punti di partenza per successivi
approfondimenti. I testi sono indicati in ordine cronologico, dapprima
quelli in lingua inglese poi quelli in lingua italiana. In lingua
inglese: Edward T. Cone,
Musical
form and musical performance, Norton, New York, 1968;
Maury Yeston, "
Rubato
and the middleground",
in Readings in Schenker analysis and other approaches, a cura di Maury
Yeston, Yale University Press, New Haven and London, 1977, pp. 94-106;
Christopher Wintle, "
Analysis
and performance: Webern's Concerto op. 24/II", in Music
Analysis, vol. I, n. 1, 1982, pp. 73-100; Charles Burkhart, "
Schenker's theory of levels and
musical performance",
in Aspects of schenkerian theory, a cura di David Beach, Yale
University Press, New Haven and London, 1983, pp. 95-112; Roger Kamien,
"
Analysis and
performance: some preliminary observations", in Israel
studies in musicology, vol. III, 1983, pp. 156-170; Steve Larson, "
On
analysis and performance: the contribution of durational reduction to
the performance of J. S. Bach's two-part Invention in C major",
in In Theory Only, vol. VII, n. 1, 1983, pp. 31-45; William Rothstein, "
Heinrich Schenker as an
interpreter of Beethoven's piano sonatas", in 19th-Century
Music, vol. VIII, 1984, pp. 3-28; Edward T. Cone, "
Musical form and musical
performance reconsidered", in Music Theory Spectrum, vol.
VII, 1985, pp. 149-158; Janet Schmalfeld, "
On the relation of analysis to
performance: Beethoven's Bagatelles op. 126, nos. 2 and 5",
in Journal of Music Theory, vol. XXIX, 1985, pp. 1-31; David Beach,"
The First Movement of Mozart's
Piano Sonata in A Minor, K. 310: Some Thoughts on Structure and
Performance", in Journal of Musicological Research, vol.
7, 1987, pp. 157-186; Stephen E. Hefling, "
Of the manner of playing the
Adagio: structural levels and performance Practice in Quantz's Versuch",
in Journal of Music Theory, vol. 31, 1987, pp. 205-223; Wallace Berry, "
Formal process and performance
in the 'Eroica' introductions",
in Music Theory Spectrum, vol. X, 1988, pp. 3-18; Wallace Berry,
Musical Structure and Performance, Yale University Press, New Haven and
London, 1989; Jonathan Dunsby, "
Guest
editorial: performance and analysis of music", in Music
analysis, vol. VIII, nn. 1-2, marzo-luglio 1989, pp. 5-20; Carl
Schachter, "
20th-century
analysis and Mozart performance", in Early music, vol.
XIX, n. 4, november 1991, pp. 620-626; Carl Schachter, "
Chopin's Prelude, op. 28, no. 5:
analysis and performance", in Journal of Music Theory
Pedagogy, vol. VIII, 1994, pp. 27-46; John Rink (a cura di),
The practice of performance.
Studies in musical interpretation, Cambridge University
Press, Cambridge, 1995. In lingua italiana: Egidio Pozzi, "
L'intuizione dell'esecutore e il
rigore dell'analista: la prospettiva schenkeriana",
in Analisi ed esecuzione, a cura di Paolo Troncon, Bollettino d'analisi
e teoria musicale, vol. 6.1, giugno 1999, pp. 83-111; Rita Sacchetti, "
Il Preludio op. 25/4 di Chopin:
un esempio d'analisi per l'esecuzione secondo Carl Schachter",
in Analisi ed esecuzione, a cura di Paolo Troncon, Bollettino d'analisi
e teoria musicale, vol. 6.1, giugno 1999, pp. 131-144; Giorgio
Sanguinetti, "
La carta e
il sentiero. Interpretazione e analisi in una prospettiva schenkeriana",
in Giorgio Sanguinetti, Intersezioni. Quattro studi di teoria e analisi
musicale, Università della Calabria, Cosenza, 1999, pp. 9-36.
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