BEETHOVEN RILEGGE IL PROPRIO PASSATO: ALCUNE RIFLESSIONI SUL RAPPORTO TRA LE
ULTIME DUE SONATE E L0OP. 10 N. 1
di Piero Venturini
Questo lavoro ha
due tipi di finalità: la prima riguarda piuttosto la riflessione
teorica mentre la seconda è basata sulla pratica esecutiva quotidiana.
Dal punto di vista teorico-poietico c’è un’osservazione
di partenza solo apparentemente banale. Mentre esiste un’enorme
quantità di materiale, sia nella letteratura analitica sia in quella
musicologica, che documenta gli influssi di compositori del passato e
coevi sull’opera di Beethoven – mi limito a ricordare
qui solo i testi di Webster [1995] e Dahlhaus [1990] – non è
altrettanto ben documentata l’influenza che il Beethoven giovanile
ha nei confronti del compositore maturo. In cosa le ultime opere del genio
di Bonn sono debitrici nei confronti delle opere della gioventù?
Più genericamente ci si potrebbe anche chiedere quale sia il movente
che spinge un compositore a rileggere le proprie opere del passato e con
quale chiave di lettura esse vengano reinterpretate.
Dal punto di vista pratico-estesico questo lavoro è partito da
un’intuizione estremamente personale e soggettiva: lo studio dell’op.
110 e 111 ha provocato un collegamento spontaneo e irrazionale con l’op
10 n. 1; in pratica, dopo lo studio al pianoforte delle ultime due sonate
di Beethoven, lo scrivente si è più volte trovato a canticchiare
alcune parti dell’op. 10 n. 1. Visto che il fatto si è ripetuto
praticamente dopo ogni seduta di studio, è nata l’esigenza
di una ricerca sui rapporti tra le opere in oggetto. Ovviamente la prima
cosa è stata chiarire se questi collegamenti avessero un fondamento
oggettivo o non si trattasse piuttosto di una forma di vissuto musicale
individuale legata ad impressioni soggettive. Le strade battute
per evitare il rischio di soggettività sono state due: l’esame
della letteratura sull’argomento e l’ancoraggio ad una solida
metodologia analitica.
1. I precedenti
I riferimenti a ricerche analoghe sono estremamente scarni;
il più significativo è quello di Gabriele r [1985, 158]
che mette a confronto il disegno essenziale del basso del tema iniziale
dell’op. 110 con una riduzione delle prime battute dell’op.
26 (vedi esempio n. 1). Si tratta, nel suo testo, di una citazione piuttosto
rapida da cui non si trae alcun tipo di conclusione. Un altro precedente
viene da Charles Rosen che evidenzia il rapporto tra l’Arietta dell’op.
111 e il tema delle variazioni Diabelli: anche in questo caso, che riguarda
piuttosto il rapporto tra Beethoven e compositori coevi, l’esempioè
inserito nel testo come un rapido riferimento. [Rosen 2002, 246]
Il precedente più significativo si trova in un
articolo apparso su una rivista contemporanea allo stesso Beethoven, e
precisamente il secondo numero della Berliner Allgemeine
musicalische Zeitung datato 10 marzo 1824: in questo numero Adolph
Marx definisce l’op. 110 come “uno sguardo indietro, rivolto
a tempi più felici”. Il riferimento alla gioventù
del compositore non ancora minata dalla sordità appare ovvio; resta
da chiarire che cosa abbia provocato in Marx la sensazione di “sguardo
indietro”: potrebbero essere riferimenti di tipo tematico o armonico
o più probabilmente di natura generica, come una particolare atmosfera
stilistica. Appare significativo che in un’altra persona, oltre
allo scrivente, l’ascolto dell’op. 110 abbia provocato
una sorta di flash-back più o meno intuitivo.
Anche Paul Loyonnet, sempre riferendosi all’op. 110, afferma che
“tutto il primo tempo della sonata sembra composto da reminiscenze
melodiche che sorgono dal passato”. A tal proposito Loyonnet cita
la melodia In questa tomba oscura del 1807, ma l’associazione
tra i due brani appare del tutto arbitraria; l’autore spiega le
analogie con una chiave di lettura di tipo interiore-psicologico, parlando
di una generico atteggiamento di “fuga nel ricordo” [1997,
439]. Lo stesso Loyonnet riporta anche un’osservazione di Jacques-Gabriel
Prod’homme [1937], che evidenzia l’analogia tra le battute
5-6 dell’op. 110 e l’inizio del secondo tema del primo tempo
dell’op.10 n. 1; l’analogia, peraltro indiscutibile, anche
in questo caso è riportata come una rapida citazione dalla quale
non è possibile ricavare indicazioni circa l’evoluzione del
pensiero compositivo di Beethoven [1997, 441]. Infine Donald Tovey, sempre
a proposito delle sonate per pianoforte, parla genericamente di “logica
delle connessioni tematiche tra opere del primo e dell’ultimo periodo”,
senza specificare di quali connessioni si tratti [1927, 132].
Prima di entrare nel merito dei quesiti posti sarà utile proporre
una breve riflessione intorno al concetto di “opera giovanile”
e “opera tarda” desumibile dalla letteratura musicologica.
Da quale momento della produzione del compositore un’opera può
definirsi “tarda”? Una riflessione interessante a questo proposito
è stata proposta da Carl Dahlhaus secondo il quale l’opera
“tarda” non è collocabile nel proprio tempo perché
stilisticamente avulsa dall’epoca da cui proviene: “nella
storia dello spirito e della composizione le opere tarde si sottraggono
alla loro epoca senza che si possano collocare, ‘idealmente’,
in altri tempi” [1988, 220]. A tale proposito il musicologo
tedesco cita, come esempio, l’Arte della fuga e l’Offerta
musicale bachiana. Il riferimento al mondo del contrappunto rigoroso
non è casuale: secondo Dahlhaus il tratto stilistico che contraddistingue
la produzione matura di Beethoven rispetto a quella giovanile è
proprio l’intenzione compositiva che si concretizza nella “tendenza
al contrappunto e alle funzioni armoniche non realizzate”. Durante
l’esame dell’op. 111 sarà possibile osservare alcuni
esempi che proverebbero la veridicità di entrambe le affermazioni.
Beethoven stesso, secondo la testimonianza di Czerny, parlò di
“nuova via” in riferimento alle variazioni op. 35 e di “maniera
del tutto nuova” senza però specificare, in questo caso,
il significato di questa espressione. Secondo Dahlhaus la “nuova
maniera”, inaugurata con le tre sonate per pianoforte dell’op.
31, si concretizza nella disgregazione del concetto tradizionale di “tema”
a favore di una “configurazione tematica” ossia un raggruppamento
di elementi che non rientrano in una specifica scansione fraseologica.
Con questa espressione Dahlhaus intende sicuramente fare riferimento alla
presenza, in questo gruppo di sonate, di note o gruppi di note che non
si possono collocare in un’unità fraseologica come, ad esempio,
una frase o una semifrase, ma appaiono piuttosto come nuclei isolati
L’esempio che viene portato a tale proposito è l’inizio
della sonata op. 31 n. 2, in cui i due motivi iniziali prima delle rispettive
corone non rientrano in alcun modo in un concetto tradizionale di “tema”
.
Un concetto più vago di opera tarda si trova anche in Giovanni
Carli Ballola che parla di “annullamento delle delimitazioni temporali,
di quel ‘prima’ e di quel ‘poi’ entro cui è
imprigionata la creatività degli artisti”. Per Ballola l’atteggiamento
giovanile di “immensa prodigalità dei materiali gettati con
effetti accumulativi dentro un contenitore sonatistico” confluisce
in qualche modo nelle opere della maturità in cui coesistono
“il giovanile procedimento effusivo additivo accanto alla
più rigorosa elaborazione tematica”. Le citazioni riportate
sono molto generiche e lasciano il dubbio che Ballola affermi che non
ci sia una vera distinzione tra prima e ultima maniera [1985, 106].
In definitiva sia Dahlhaus che Ballola lasciano intuire che esistono dei
legami profondi tra la produzione giovanile e la produzione tarda di Beethoven,
senza mai, però, precisare la natura di questi legami nè
il modo in cui l’una influisce sull’altra.
2. La metodologia
Per verificare le connessioni tra due opere diverse
la metodologia analitica di Rudolph Reti (1978) è parsa subito
quella più opportuna, soprattutto in quei passaggi dove il musicologo
rintraccia delle riprese di materiale musicale usato in precedenza e sottoposto
a trasformazioni diastematiche, ritmiche e metriche. In particolare è
sembrata interessante la relazione che Reti individua tra i quattro moduli
iniziali dell’Allegro della IX Sinfonia di Beethoven e i quattro
motivi del tema dello Scherzo, intesi come trasformazioni dei primi e
utilizzati esattamente nello stesso ordine dell’Allegro. In tal
modo «sono reiterati nello Scherzo non solo i frammenti motivici
ma l’immagine del tema completo dell’Allegro« [Reti
1978, 13]. L’osservazione di Reti, secondo cui la ripresa non si
limiterebbe ad alcuni frammenti ma riguarderebbe l’intero profilo
formale del tema dell’Allegro, ha suggerito (almeno in parte) l’impostazione
teorica del presente lavoro. E sebbene nei casi esaminati non si possa
parlare di una totale ripresa di profili tematici, è parso interessante
rilevare che le trasformazioni tematiche individuate si collocano nello
stesso ordine dei rispettivi frammenti originali.[1]
La teoria di Reti prende in esame un numero di trasformazioni tematiche
limitato e ben definito, in modo da identificare con precisione l’elemento
melodico di base e il tipo di trasformazione cui è stato sottoposto.
Nei brani in oggetto Beethoven utilizza solo alcune delle tecniche
di elaborazione definite da Reti e precisamente quelle che interessano
modifiche della struttura ritmica o metrica (suoni sui tempi forti spostati
su tempi deboli e viceversa), inversione di suoni, aggiunta o elisione
di materiali. Sorprendentemente sono assenti tutte le tecniche che riguardano
la somma di elementi tematici, sia in senso orizzontale (saldatura di
frammenti motivici diversi) sia verticale (sovrapposizione di elementi
tematici); tecniche che invece hanno un grande spazio nella teoria retiana
[1978, 66-105].
Nel presente lavoro è stata inoltre rivolta una particolare
attenzione riguardo il tipo di corrispondenza formale tra le battute messe
a confronto: i frammenti che sono stati presi in considerazione, anche
se non sempre sono tratti dalla medesima parte (ad esempio dal primo gruppo
o dalla transizione), appartengono nella gran parte dei casi a momenti
“formalmente importanti”. Con questa espressione si intende,
ad esempio, l’inizio o la conclusione di parti che svolgono una
qualsiasi funzione formale e naturalmente tutto ciò che può
essere identificato come “tema”. Il criterio è volutamente
generico in quanto si tratta di mettere a confronto anche frammenti tratti
da parti differenti, dove sarebbe arduo stabilire una corrispondenza formale
precisa.
Prima di iniziare il confronto tra le opere in oggetto è opportuna
una precisazione lessicale: la terminologia utilizzata sarà quella
di Rosen , dove per “primo o secondo gruppo” si intende la
parte formale denominata anche primo o secondo tema; per “transizione”
si intende la parte formale più comunemente detta “ponte
modulante”. Per “tema”, invece, si farà riferimento
al significato desumibile da Drabkin [2001], intendendo con questo
termine un’unità metrica di senso compiuto che,
coerentemente con la visione di Rosen, può essere collocata in
un qualsiasi punto della forma-sonata.
3. Il primo tempo dell’ op. 110 e il secondo tempo dell’op.
10 n. 1 (2)
>L’esempio n. 2 (esempio audio 1)
mette in luce le analogie tra l’inizio dei due brani; in questo caso
l’analogia riguarda anche l’altezza dei suoni e la tonalità.
E’ evidente l’utilizzo della tecnica di inversione, anche se
bisogna precisare che, nella teoria di Reti, il termine “inversione”
è utilizzato quasi sempre in maniera generica poiché comprende
l’inversione vera e propria, il retrogrado e il moto contrario. Accanto
a questo termine Reti aggiunge il neologismo “interversione”
per definire il procedimento, frequentissimo nella letteratura beethoveniana,
di libera rotazione dei suoni all’interno di un frammento melodico
[1978, 68-69].
E’ bene approfittare di questo esempio per chiarire il problema del
confronto tra frammenti con funzioni diverse. Si potrebbe obiettare che
i suoni dell’op. 110 Do-Lab e Reb-Sib, appartenenti ad un unico
motivo (bb. 1-2), sono confrontati con le bb. 1-2 e 3-4 dell’op. 10
dove gli stessi suoni appartengono non ad un solo motivo, ma a due. Ma questo
confronto non deve essere considerato improprio in quanto nella teoria di
Reti la dilatazione di una frammento da una a due o più unità
motiviche rientra pienamente nel concetto di trasformazione tematica.

(esempio
audio 1)
L’esempio n. 3 (esempio audio 2) prende in esame il lungo “vocalizzo”
che conclude il periodo iniziale dell’op. 110; la melodia Fa-Mib-Reb-Do,
dopo un primo movimento ascendente, compie una discesa verso il Do in due
fasi: la prima termina sul Reb, trillato, la seconda si spinge fino al Do
dopo un nuovo impulso verso l’alto. Nel passaggio corrispondente dell’op.
10, appartenente all’inizio della parte centrale, le due fasi della
discesa dal Fa al Do sono ancor più esplicite, anche se le altezze
dei suoni sono maggiormente distanziate. La veste ritmica dell’op.110,
simile ad un recitativo, è totalmente trasformata rispetto al passaggio
gemello.
(esempio
audio 2)
L’esempio n. 4 (esempio audio 3) mette a confronto l’inizio
del secondo periodo del primo gruppo dell’op. 110 con la conclusione
del secondo periodo della parte centrale dell’op.10 e mostra, di
nuovo, analogie che riguardano anche l’altezza dei suoni messi a
confronto. Il profilo melodico è identico, con la differenza che
l’intervallo Mib-Lab nell’op. 110 è privato dei suoni
intermedi: si tratta della tecnica di trasformazione tematica che Reti
ha definito come “assottigliamento”. Questo è uno dei
pochi casi in cui la trasformazione non interessa l’aspetto metrico:
i suoni, infatti, sono più o meno nella stessa posizione all’interno
delle battute.
(esempio audio 3)
La parte superiore dell’esempio n. 5 (esempio audio 4) confronta
una riduzione di alcuni passaggi tratti dal primo tempo dell’op.
110 con passaggi presi dal secondo movimento dell’op. 10 n. 1. Specificamente,
dall’alto in basso: l’inizio della transizione dell’op.
110, l’inizio del periodo conclusivo della parte centrale dell’op.
10, l’inizio del secondo gruppo dell’op. 110 e la ripetizione
variata dell’ultimo periodo della parte centrale dell’op.
10 (corrispondenti ai pentagrammi 5-1, 5-2, 5-3 e 5-4.). L’ esempio
prende in considerazione una situazione complessa: in entrambe le composizioni
troviamo un’ascesa dal Sol al Mib che viene ripetuta due volte con
modalità leggermente diverse. La prima ascesa è presente
nell’op. 110 nel lungo passaggio di biscrome che dà inizio
alla transizione: le quartine di biscrome dell’esempio 5-1 nella
partitura beethoveniana sono collocate all’inizio di ogni battuta
e rivelano chiaramente un andamento complessivamente ascendente; il medesimo
profilo melodico è visibile nel passaggio parallelo dell’op.
10, realizzato con una maggiore densità cromatica (es. 5-2). La
seconda ascesa differisce dalla prima per il ripiegamento melodico conclusivo
sul Sib presente in entrambe i passaggi. La situazione questa volta è
invertita: l’op. 110 presenta l’arco melodico nella sua essenzialità
(es. 5-3) mentre l’op. 10 propone una graduale salita maggiormente
dilatata grazie anche all’incremento della densità cromatica
che ritarda l’arrivo sul Mib (es. 5-4).
(esempio
audio 4 e 5)
Nella parte inferiore dell’esempio n. 5 (esempio audio 5) si manifesta
una situazione ancora più complessa: l’esempio contiene,
dal basso verso l’alto, l’inizio del secondo tempo dell’op.
10 (pentagrammi. 5-9 e 5-10), l’inizio della coda dell’op
10 (es. 5-7 e 5-8) e la riduzione del passaggio che collega la fine dell’esposizione
e l’inizio dello sviluppo nell’op. 110 (es. 5-5 e 5-6). Le
prime due citazioni, tratte entrambe dall’op. 10, sono in rapporto
di chiasmo l’una con l’altra, nel senso che la coda contiene
le stesse voci del tema iniziale con spostamenti all’interno del
tessuto polifonico: ad esempio il suono fisso Mib della mano sinistra
(es. 5-10) si trova, nella coda, alla mano destra nella parte interna
(es. 5-7); così il Do-Sib-Lab del tema rappresenta il basso della
coda [3] Da qui si passa all’op 110: il profilo
melodico dei due passaggi evidenzia in entrambi una discesa complessiva
dal Mib al Lab che avviene in due momenti (Mib-Reb-Do e Reb-Sib-Lab, es.
5-5). Il fatto che più colpisce è l’analogia che interessa
la struttura polifonica dei tre passaggi: in tutti si può riconoscere,
oltre al profilo già citato, un suono fisso e un arco di terza
discendente (si vedano gli ess. 5-6, 5-7 e 5-8).
Esiste un altro importante fattore che collega le due opere, ed è
l’utilizzo del procedimento contrappuntistico conosciuto come “moto
contrario”. Questo procedimento nell’op. 10 è presente
all’inizio del secondo tempo (es. 5-9 e 5-10): al disegno a nota
di volta Lab-Sib-Lab della voce acuta (escludendo quindi il Do appoggiatura)
fa riscontro un analogo disegno nella voce bassa esattamente speculare
(Lab-Sol-Lab). Nel resto del brano i procedimenti per moto contrario non
sembrano occupare un grande spazio: si può quindi affermare che essi
rappresentino una potenzialità presente nel materiale tematico iniziale
che rimane praticamente inespressa [4]. Nell’
op. 110 si ha la piena attuazione di questo procedimento contrappuntistico,
che è presente veramente un po’ dappertutto e, in modo particolare,
in momenti che possono essere definiti importanti nel significato accennato
in precedenza. Gli esempi dal n. 6 al n. 12 non riportano che una piccola
parte dei momenti del brano in cui il moto contrario è presente:
l’esempio n. 6

riguarda l’inizio, coi movimenti del basso chiaramente speculari
rispetto alla mano destra. L’esempio n. 7
è tratto dal termine della transizione: è visibile l’ascesa
della mano destra dal Do al Sib, enfatizzata dall’uso delle acciaccature,
cui fa riscontro la discesa in semiminime trillate della mano sinistra.
Anche nell’inizio del secondo gruppo (esempio n. 8) l'ascesa dal Sol al Mib è controbilanciata da una discesa che
riprende gli stessi suoni in ordine inverso.

Passando al secondo tempo (esempio n. 9) anche la famosa melodia popolare a gradi congiunti discendenti, che dà
l’avvio ad una sorta di scherzo binario, ha nel basso la sua controparte
gemella. L’esempio n. 10 mostra l’inizio della parte centrale
in cui il procedimento del moto contrario è estremamente enfatizzato.
Le linee melodiche convergenti si sovrappongono e danno vita ad un
incrocio con le mani dell’esecutore notevolmente divaricate; in questo caso
il moto contrario si concretizza in un gesto estremo, quasi plateale.
|

|
|

|
Gli esempi nn. 11 e 12 mostrano l’incipit della celebre fuga conclusiva con la conclamata
inversione in Sol maggiore alla quale, come è noto, seguirà
un’ultima riesposizione nella tonalità d’impianto.
Le successioni delle toniche principali dei tempi fugati (Lab-Sol-Lab,
rispettivamente alle bb. 26, 136 e 174 del terzo movimento dell’op.
110) richiamano inevitabilmente i suoni del basso iniziale dell’op.10
(es. 5-10), quasi una sorta di polarizzazione in cui sono implicite le
tre parti fondamentali della fuga.
In sostanza, il moto contrario sembra essere un procedimento di natura
ciclica che, operando insieme ad altri aspetti compositivi, funge da tessuto
connettivo comune dell’intera opera, evitando così quel senso
di “giustapposizione rapsodica dei movimenti” evidenziato
da Dahlhaus [1990, 218]. D’altra parte l’utilizzo di tecniche
contrappuntistiche come fattore di coesione formale non è nuovo
nell’opera di Beethoven: anche Allen Forte [1974], in un suo noto
saggio, ha dimostrato la presenza di un altro procedimento contrappuntistico
(la diminuzione) come elemento comune dell’intera sonata op. 109.
Evidentemente la ricerca di una circolarità all’interno di
opere lunghe e complesse non interessa solo eventi di natura tematica
più o meno scoperti ma anche trame più sotterranee di tipo
più “tecnico”.
4. Il primo tempo dell’ op. 111 e il primo tempo dell’op. 10
n. 1
Le analogie tra questi due movimenti sono quantitativamente minori
ma rivestono un notevole interesse per la loro particolare natura. Fermo
restando i criteri già applicati nel confronto precedente (fedeltà
alla metodologia di Reti e confronto tra battute individuate in momenti
formalmente importanti), un altro elemento appare indispensabile: il riferimento
alla teoria delle salienze. Questa teoria, apparsa in un articolo di Lerdhal
[1989], riguarda un approccio analitico di tipo uditivo, normalmente utilizzato
per brani non tonali. A prima vista può quindi sembrare inopportuna
l’applicazione in questo contesto di una teoria così fortemente
ancorata ad un repertorio del tutto diverso; nondimeno la strategia adottata
appare la più idonea ad illustrare il tipo di connessione che si
instaura tra le due opere. La teoria di Lerdhal definisce saliente un suono
o un aggregato dotato di un’enfasi di qualsiasi tipo che lo fa risaltare
sugli altri. Sulla base di questa definizione vogliamo proporre alcuni esempi
che mostrano come i suoni tratti dall’op. 111 (nella riga più
in basso) riprendono suoni che, nell’op. 10, sono situati in posizioni
salienti.

esempio
audio 6
Il Do-Mib-Si che caratterizza l’incipit tematico dell’op.
111 (batt. 20) riprende i tre suoni che, all’inizio dell’op.
10, sono posizionati nei punti più salienti dell’arco melodico,
ossia all’inizio, alla sommità e alla fine (vedi esempio
n. 13, esempio audio 6). Resta da chiarire la mancanza della terzina di
semicrome che apre l’esposizione tematica dell’op.111: le
note Sol-La-Si che Beethoven nei suoi esercizi di armonia definisce come
Schleifer (tripla appoggiatura) e che sono assenti nei taccuini
di appunti dello stesso compositore [Cooper 1979, 232). L’incipit
completo è identico ad un frammento melodico presente nel secondo
atto del Dardanus di Antonio Sacchini, che venne eseguito a Bonn
nel 1792 (esempio n. 14): la melodia potrebbe quindi fare riferimento
ad un ricordo più o meno consapevole di un’opera ascoltata
in gioventù. Per quanto riguarda le altezze dei suoni, una considerazione
importante va evidenziata: nell’op. 10 i tre suoni sono molto distanziati
nello spazio diastematico, in un ambito che raggiunge la tredicesima;
i medesimi suoni vengono riavvicinati nell’op. 111 in un ambito
molto più ristretto (una quarta diminuita). Il processo di trasformazione
tematica definito da Reti come “elisione” [1978, 88-92] è
applicato, qui e nell'esempio n. 17, in maniera estrema, quasi radicale.
Come mostra l’esempio n. 15 (esempio audio 7) anche il proseguimento
del tema fa riferimento all’op.10, anche se la successione per gradi
congiunti Sol-Do non sembra essere particolarmente saliente. Va però
rilevato che questa successione assume un rilievo particolare unicamente
in virtù della sua ridondanza, essendo ripetuta per tre volte di
seguito; peraltro, nell’ultima ripetizione, la discesa è
ampliata fino a raggiungere l’ambito di ottava. E’ evidente
il processo di trasformazione ritmica nel passaggio da una scansione ternaria
ad una binaria, con conseguente cambiamento della posizione metrica della
maggior parte dei suoni.
(esempio audio 7)
Il raffronto più interessante è quello raffigurato nell’esempio
n. 16 (esempio audio 8) e merita un’ampia descrizione. I suoni dell’op.
10 sono indubbiamente salienti, in quanto rappresentano un enfatico ampliamento
degli slanci di quinte e seste con cui inizia il tema; l’enfasi
è rafforzata dal triplice sforzato (riportato anche sull’edizione
originale)che appare all’inizio di ogni battuta. Essi sono collocati
al termine del primo gruppo tematico mentre il Mib è situato all’inizio
della transizione; nell’op. 111 i suoni Fa-Reb-Re-Si si trovano
al termine della transizione, mentre Mib è collocato all’inizio
del secondo gruppo tematico. Osservando l’esempio n. 16 si notano
delle significative differenze nella collocazione e nella scelta dei suoni:
il Do manca nell’op.111, dove in compenso si trova un Reb assente
nell’op. 10, mentre il Si beq è modificato enarmonicamente
in Dob. Alcuni suoni nell’op. 111 sono invertiti, secondo la tecnica
di trasformazione tematica che Reti definisce col neologismo “interversione”,
il cui significato è già stato esaminato in precedenza.
Che significato hanno queste differenze e qual’ è la loro
importanza nel contesto in cui si trovano? Per rispondere a queste domande
è bene esaminare singolarmente i due frammenti.
(esempio
audio 8)
Nell’op. 10 il Do esercita una fortissima forza centripeta: esso
è il punto di arrivo di due linee melodiche, una superiore (Fa-Re-Do)
ed una inferiore (Re-Si-Do) ed è quindi dotato di una grande forza
sezionante; un abisso separa quindi il Do dal successivo Mi bem., rafforzato
anche dalla notevole durata della pausa. Nell’op.111 la situazione
è molto diversa. Il Re bem. rappresenta il punto di partenza di
una linea melodica cromatica che ha il suo momento di arrivo nel Mi bem.,
mentre anche il Fa possiede nei confronti di questo suono una indubbia
tensione risolutiva. In sostanza, il Mi bem. (dominante della tonalità
di La bem. che caratterizza il secondo gruppo) nel rappresentare il punto
di risoluzione sia della linea cromatica del basso sia della linea melodica
che proviene dal Fa acuto, assume la stessa funzione del Do dell’op.
10.

(esempio
audio 9)
L' esempio n. 17 (esempio audio 9) mette a confronto l'inizio della
transizione dell'op. 10 con l'inizio del secondo gruppo dell'op. 111.
Ciò che rende salienti i suoni nell'op. 10 è la loro particolare
posizione all'interno dell'arco melodico: essi infatti rappresentano il
culmine degli slanci di sesta coi quali hanno inizio le singole frasi
prima di flettersi in un andamento complessivamente discendente. Questi
suoni “salienti” (indicati dalla freccia), presi l'uno dopo
l'altro, sono i medesimi suoni con cui inizia il secondo gruppo tematico.
5. Conclusioni
Nelle opere del Beethoven maturo il compositore riorganizza
i materiali della gioventù in uno spazio assai flessibile, che si
dilata e si restringe a seconda delle esigenze del nuovo contesto: nessuna
tendenza sembra prevalere in modo assoluto, mentre le altezze dei suoni
vengono raggruppate o dilatate in modo imprevedibile, con procedimenti che
possono assumere anche dimensioni estreme di concentrazione o rarefazione.
Un altro aspetto interessante che emerge da questo lavoro riguarda il concetto
di ciclicità: in un momento storico in cui la forma-sonata tende
a dilatarsi a dismisura, è comprensibile l’esigenza della ricerca
di elementi all’interno dei vari tempi che fungano da tessuto connettivo
comune dell’intera opera. La ricerca ha dimostrato che questi elementi
non riguardano solo aspetti di tipo tematico più o meno sotterranei
ma anche procedimenti costruttivi che uniformano la presentazione e l’evoluzione
dei materiali.
Un’ultima osservazione è forse più singolare e
umanamente coinvolgente. Nel periodo in cui Beethoven è affetto da
sordità profonda, si sviluppa in lui l’attenzione a fenomeni
acusticamente salienti che diventano matrici generative di nuove composizioni.
Può diventare lecito domandarsi a questo punto se sia stata proprio
la sordità a rappresentare uno stimolo importante per l’ultima
grande stagione creativa e se il medesimo deficit sensoriale non tracci
in qualche modo il confine di una nuova fase stilistica.
Rispetto alle vaghe intuizioni riportate all’inizio di questo lavoro
sui rapporti tra le opere giovanili e le opere della maturità di
Beethoven, qualche passo in più è stato fatto. Nella rivista
Allgemeine Musikalische Zeitung (1799/2) il critico scriveva, a
proposito dell’op. 10 n. 1, che: “l’abbondanza delle idee
porta Beethoven a sovrapporle una sopra l’altra e, in modo piuttosto
bizzarro, a raggrupparle in modo tale da produrre un’artificiale oscurità”.
Una critica certamente poco favorevole, ma è proprio a questa abbondanza
di idee che Beethoven guarda come a un materiale che non ha ancora espresso
tutte le proprie potenzialità. Lo sguardo retrospettivo beethoveniano
esclude la variazione, la parafrasi ed ogni tipo di reminiscenza che possa
far pensare ad una citazione letterale o ad un ricordo nostalgico. Ci troviamo
di fronte ad un ripensamento totalmente nuovo dei materiali giovanili, proiettati
in dimensioni spaziali che il Beethoven del primo periodo probabilmente
non aveva ancora concepito o aveva soltanto intuito.
Un atteggiamento compositivo che potrebbe trovare conferma nelle parole
di Goffredo Petrassi, il quale affermava spesso nelle sue conferenze che
il musicista non guarda contemporaneamente in avanti e all’indietro
come Giano bifronte, ma guarda solamente avanti anche quando si serve di
materiali provenienti dal proprio passato.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
CARLI BALLOLA G. (1985), Beethoven, la vita e la musica, Rusconi,
Milano
COOPER M. (1970), Beethoven: the Last Decade, Oxford University
Press, London, trad it Beethoven, l’ultimo decennio, ERI,
Torino, 1979
DAHLHAUS C. (1988), Ludwig van Beethoven und seine Zeit, Laaber-Verlag,
trad. it. Beethoven e il suo tempo, EDT, Torino 1990
DRABKIN W. (2001) voce “Theme” in The New Grove
Dictionnary of Music and Musicians, vol. 25, pp. 352-353
FORTE A. (1974), The compositional matrix, Da Capo Press, New
York.
LERDHAL F (1989) Atonal prolongation structure, in «Contemporary
Music Review», vol. IV
LOYONNET P. (1977), Les 32 sonates pour piano, journal intime de Beethoven,
Laffort, Paris.
MEYER G. (1985), Untersuchungen zur Sonatenform bei Ludvig van Beethoven.
Die Kopfsatze der Klaviersonaten op. 79 und op. 110, Wilhlelm Fink
Verlag, Munchen.
PROD-HOMME J. (1937), Les sonates pour piano de Beethoven, Paris.
RETI R. (1978), The tematic process in music, Greenwood Press,
Westport.
ROSEN C. (2002), Beethoven’s piano sonatas. A short
companion, Yale University Press, London
TOVEY D. (1927) Some aspects of Beethoven’s art forms,
in «Music & Letters», 1927/8, pag 132
WEBSTER J. (1995) The falling-out between Haydn and Beethoven: the
evidence of the sources in Beethoven essays: studies in honor
of Elliot Forbes, Lockwood & Benjamin, Cambridge, pp. 3-45
1. Gli esempi citati nel presente
articolo riportano il numero della battuta da cui sono tratti proprio
per dare la possibilità di verificare che sono disposti, in
ciascuna opera, in ordine lineare, uno dopo l’altro.
2. Negli esempi di questo capitolo
la riga in alto si riferisce sempre alla voce superiore del primo
tempo dell’op. 110, mentre la riga in basso riguarda la voce
superiore del secondo tempo dell’op. 10 n. 1. A lato di ogni
riga è riportato il numero della battuta in cui l’esempio
si trova all’interno dell’opera, mentre i segni di battuta
sono presenti solo quando si vogliono evidenziare cambiamenti importanti
nella struttura metrica (suoni in posizione accentuativa forti spostati
su tempi deboli e viceversa).
3. Nell’esempio riportato i
suoni non assolvono a funzioni armoniche simili: il Do del tema è
un’appoggiatura, mentre il Do del basso è nota d’armonia.
Nella teoria di Reti la diversa funzione armonica dei suoni
è compresa nelle tecniche di trasformazione tematica col nome
di “cambiamento di armonia” [1978, 99-100].