Bratus - Analitica n. 10 (2017) - Editoriale


Analitica n. 10 (2017) - Editoriale

Alessandro Bratus

Scrivo questo Editoriale in apertura al decimo numero di Analitica per salutare pubblicamente i lettori, i redattori e il Comitato Scientifico che hanno partecipato negli ultimi anni alla vita della rivista. Con l’annata 2017 si chiude la seconda fase editoriale nella storia della rivista: un periodo in cui Analitica ha offerto spazio e autonomia operativa a un gruppo di studiosi avvicinatisi al Gruppo Analisi e Teoria Musicale a partire dall’inizio degli anni Duemila e ha stabilito una collaborazione mai così organica con la “sorella maggiore” di carta (la Rivista di Analisi e Teoria Musicale). Un piccolo bilancio di quanto fatto in questi anni è un atto dovuto a chi ha lavorato con noi, ma anche un momento per riconoscere l’apporto di idee ricevuto in questi anni dagli autori e revisori che hanno accettato di usare la rivista come piattaforma per la discussione e la presentazione delle proprie ricerche. Vorrei quindi in questo breve testo spendere qualche parola per commentare i risultati più interessanti raggiunti in questi anni e allo stesso tempo indicare qualche auspicio per gli sviluppi futuri della rivista.

Un primo risultato che possiamo sicuramente rivendicare come frutto delle attività di questi anni è stato un maggiore interesse verso rivista da parte di studiosi non originariamente appartenenti al GATM e la crescente presenza di autori che hanno deciso di presentare i loro testi in lingue diverse dall’italiano. Se nell’annata 2014 la proporzione tra testi in italiano e in inglese era decisamente sbilanciata a favore del primo, con il numero attuale il rapporto è esattamente rovesciato. Il fatto che in non pochi casi questi articoli siano stati scritti da autori italiani sottolinea come non sia stata, questa, una scelta legata a uno spostamento del bacino di utenza della rivista – che rimane, nella sua identità di organo del GATM, legata a doppio filo al contesto italiano –, quanto un riflesso della circolazione globale delle ricerche e degli studiosi anche nel campo degli studi musicali. L’internazionalizzazione della rivista è stata favorita da un lavoro capillare di diffusione delle richieste di contributi e selezione delle proposte di cui è stata responsabile tutta la Redazione, tanto nell’elaborazione dei call for papers quanto nella cura editoriale di ogni articolo. Sotto questo profilo Analitica si è mossa cercando di preservare un equilibrio tra l’accessibilità dei contenuti, la proposta di una sede interessante per la pubblicazione di articoli e recensioni, l’offerta ai lettori di numeri in grado di testimoniare il legame con temi attuali negli studi musicologici e etnomusicologici, possibilmente indicando le connessioni con altri campi del sapere.

La vera novità nella struttura editoriale della rivista in questi ultime quattro annate è stata la scelta di sollecitare con un call for papers annuale l’invio di proposte per articoli brevi – quindi adatti anche a un tipo di lettura diversa rispetto a una pubblicazione cartacea – su un tema scelto dalla Redazione. È su questa spina dorsale che si è imperniata la vicenda recente di Analitica, e anche il punto più soddisfacente di un percorso intellettuale collettivo. Ciò che ha permesso, da un lato, di allargare la platea dei destinatari della rivista, è stato anche, dall’altro lato, il collante che ha permesso di aggregare un gruppo di lavoro a partire dalla necessità di trovare una mediazione non sempre scontata tra interessi divergenti. La parola chiave del nostro primo anno, “Contatti sonori”, riassume bene questo tipo di operazione, e al contempo annuncia il tipo di interessi caratterizzanti la linea culturale della rivista: un taglio per temi e non per repertori, il desiderio di includere il maggior numero possibile di potenziali agganci interdisciplinari, una disposizione intellettuale verso la problematizzazione della posizione degli studiosi rispetto agli oggetti di cui si occupano. Il termine “contatto”, con la sua valenza positiva ma anche con il potenziale sottinteso di frizione e contrasto, ha stimolato i primi proponenti a prendere in esame repertori ibridi e poco studiati, oggetti multimediali, prospettive di indagine a cavallo tra studi musicali e culturali. Si è trattato, in sostanza, di una prima conferma che la linea inclusiva e aperta della rivista ma anche la scelta di indicare una serie di argomenti di attualità erano riuscite a concretizzarsi in un progetto editoriale attraente per autori e lettori.

L’interesse per temi trasversali e capaci di attraversare i repertori si è riproposto nel secondo call for papers monografico, nel 2015, quando abbiamo cercato di stimolare una discussione che riprendesse in senso critico la distinzione tra parametri “primari” e “secondari”, o "sintattici" e "statistici". La parola chiave "processo/decorso sonoro" ci ha permesso di elaborare il tema in modo da renderlo applicabile a diversi repertori, sollecitando allo stesso tempo una rinnovata attenzione sia per la musica d’arte (per la quale queste definizioni sono state coniate), sia per i repertori delle musiche tradizionali e popular. Il numero del 2015 è il primo della mia gestione nel quale sono comparsi anche articoli non legati al tema monografico dell'annata, bensì testi più articolati proposti alla rivista per la pubblicazione dopo un processo di revisione “cieca” tra pari. L’applicazione di una procedura del genere ha richiesto tempi più lunghi e risultati ancor più soddisfacenti; i testi che ne risultano sono, infatti, il risultato di una discussione approfondita con studiosi esterni alla Redazione e di un’elaborazione avvenuta in tempi più lunghi. Proprio perché abbiamo creduto fin dall’inizio nella necessità di questo tipo di confronto abbiamo provato anche a trasportare “in chiaro” il meccanismo della peer review anche nella sezione monografica ma, come vedremo nel penultimo paragrafo, per diverse ragioni questa idea non ha raggiunto i risultati sperati. L’integrazione e il dialogo, quando si sono manifestati, hanno seguito traiettorie più tradizionali; in questo senso la sperimentazione con meccanismi alternativi di confronto (magari più legati ad approcci collaborativi e alla condivisione di materiali e idee) rimane un tema aperto, ma credo ancora fondamentale per poter sfruttare appieno il potenziale di una rivista online.

L’integrazione tra la Rivista di Analisi e Teoria Musicale e Analitica si è manifestata in modo particolarmente evidente nel numero 9 della rivista (2016), dal titolo Abbiamo bisogno della “popular music”? Prospettive critiche dagli studi musicali. Un progetto ambizioso e incidente su una serie di nervi scoperti, nato dalla sinergia tra le due iniziative editoriali del GATM per raggiungere risultati importanti sotto il profilo del respiro internazionale e della possibilità di portare alla luce punti di vista originali. La pubblicazione di tutti i saggi di questo numero in due lingue, italiano e inglese, ha permesso un’autentica integrazione tra i gruppi di lavoro delle due riviste dell’Associazione e ha beneficiato degli ottimi risultati di tale collaborazione. Ancora una volta, l’approccio scelto è stato quello percorrere la strada meno ovvia e sicura. L’invito agli studiosi che hanno contribuito a questo numero ha privilegiato figure non primariamente specializzate nell’analisi e nella riflessione teorica sulla popular music, bensì musicologi ed etnomusicologi operanti in campi più ampi, proprio per proporre prospettive non arroccate su posizioni pregiudiziali. Se il campo di questi studi è da sempre un terreno controverso sotto il profilo disciplinare e del giudizio di valore, è probabilmente tempo di riconoscere che la sua stabilizzazione all'interno degli studi musicali è un processo inevitabile, seppure alcuni contesti (come quello italiano) si muovano in questa direzione con una lentezza a tratti esasperante. Senza addentrarmi nelle specificità del numero, per cui rimando all’introduzione scritta all’epoca, il punto determinante rimane quello di lavorare per problemi e non per repertori, con sguardi trasversali in grado di riconoscere i motivi di continuità e i tropi comuni ad attività culturali di segno differente. Ciò che queste musiche ci continuano a ricordare con urgenza è la multiformità delle pratiche, il loro inestricabile legame con gli sviluppi tecnologici, e la necessità di sottoporre a un esame critico continuo le categorie concettuali attraverso le quali svolgiamo il nostro lavoro di storici e teorici della musica. Da questo punto di vista, si potrebbe dire, il terreno di confronto si sta spostando con sempre maggior evidenza dal riconoscimento dei repertori alla ricerca dei metodi per concepire l’attività musicale - qualsiasi attività musicale, incluse le pratiche storiche della musica d’arte –, in tutta la sua complessità.

Piuttosto che delineare il profilo del quarto argomento monografico, oggetto di una presentazione specifica da parte dei redattori che più hanno contribuito all’elaborazione del call for papers, vorrei porre l’accento sul suo potenziale critico nei confronti dell’idea stessa di analisi musicale. L’impulso iniziale per una raccolta di proposte che sottolineasse il valore politico delle scelte compiute nel discorso accademico sulla musica, ancora una volta, va a colpire un’area critica delle relazioni che si creano tra il mestiere di musicologi, teorici e analisti e il contesto socio-culturale circostante. Si tratta dell’ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che le gerarchie tra ciò che è rilevante nei “fatti musicali” di ogni ordine e grado sono soggette a una continua negoziazione, non riconducibile al desiderio di ritirarsi all’interno di campi disciplinari ben perimetrabili o alle gerarchie di valore predeterminate. Nel presente, così come nella storia più o meno remota, portare fino in fondo un ragionamento sulla musica implica non fermarsi a quanto scritto su una partitura o trascrivibile in uno schema grafico, e perfino alle dimensioni sonora e performativa. Significa, invece, esercitare la riflessione su come le pratiche artistiche diventino segni e simboli di significati dalla portata comunicativa ampia e profonda solo se considerati nella multiformità dei loro significati sociali e affettivi, collettivi e individuali, pur difficili da ricondurre a formule e schemi a poche dimensioni. La necessità di considerare prima le peculiarità delle pratiche musicali e solo in seguito scegliere gli strumenti adatti a farne emergere l’intima complessità rimane il modo forse più pragmatico per mantenere aperte le possibilità di dialogo tra specialisti e ascoltatori, tra discorsi sulla musica come dato tecnico o tecnologico e la valorizzazione della pluralità di percezioni soggettive degli oggetti culturali. O, in altri termini, di recuperare per gli studi musicali una maggiore rilevanza nel contesto in cui operano, al di là della cerchia ristretta delle Università e dei Conservatori.

Nella parte conclusiva di questo testo di saluto vorrei sottolineare alcuni aspetti caratterizzanti le modalità di lavoro sperimentate in questi anni, in primo luogo i frutti dell’investimento di fiducia del GATM in una redazione di studiosi di nuova generazione. La nostra partecipazione alla vita della rivista si è configurata non tanto o non solo come una “vetrina”, quanto come un contributo disinteressato a un progetto che tutti abbiamo ritenuto interessante e stimolante. Il tempo speso nell’ideazione delle sezioni monografiche, nella lettura e commento degli articoli in preparazione, nell’elaborazione delle bozze per la pubblicazione online hanno permesso di mettere a punto un clima di collaborazione sereno e produttivo e, auspicabilmente, anche di acquisire esperienze utili in vista dei prossimi impegni professionali. Sollevo questo punto fuori da ogni retorica riguardo al contributo dei “giovani” nella ricerca, in primo luogo perché ritengo che – nonostante l’età media della Redazione attuale sia certamente bassa in confronto con quella dei nostri settori disciplinari di riferimento – questa definizione sia spesso un mero paravento per conservare e irrigidire distinzioni generazionali e posizioni acquisite. In secondo luogo perché è indubbio che le energie e la curiosità di chi si affaccia a un percorso accademico abbiano una qualità diversa, non necessariamente migliore in termini assoluti, ma forse solamente più aperta alla comunicazione tra le prospettive dello studio e gli interessi del contesto sociale in cui l’accademia si colloca. È questo, probabilmente, un punto autenticamente generazionale, che si incrocia con il cambiamento del sistema dell’istruzione superiore (in particolare musicale, con l’equiparazione dei Conservatori alle Università) e delle modalità di accesso alle posizioni di ricerca e insegnamento. Chi è entrato nel mondo della ricerca intorno alla fine del primo decennio del Duemila si è trovato a doversi confrontare con tempi di precariato più lunghi e, per molti, con la certezza di dover trovare all’estero una stabile collocazione professionale. Aldilà delle singole biografie, ciò ha portato molti di noi a interrogarsi con un’urgenza diversa sui propri interessi e scelte professionali, e per tale ragione lo stimolo a trovare agganci tra lo studio della musica e il contesto circostante è emerso più facilmente nelle discussioni e nelle scelte che hanno caratterizzato la linea di sviluppo delle ultime annate di Analitica.

Una delle aree di innovazione che abbiamo provato a esplorare è stata quella relativa alle modalità di circolazione e disseminazione della ricerca in ambito accademico. In questo ambito ancora molto rimane da fare. Nonostante la pubblicazione online consenta l’integrazione di contenuti che comprendono diverse tipologie di materiali (testi, immagini, link, contenuti interattivi, basi di dati ecc.), la loro presenza all’interno degli articoli pubblicati in questi anni rimane esigua. Questo è un tema che diventerà sempre più importante nella comunicazione scientifica e rispetto al quale una rivista online non può rimanere indifferente, operando per sensibilizzare le istituzioni chiamate a valutare la ricerca nei confronti di forme meno canoniche di restituzione dei suoi risultati. Altro tema cardine è quello del confronto e della collaborazione tra studiosi mediata dalla Rete, un aspetto che inizialmente abbiamo tentato di favorire dando la possibilità agli utenti di postare brevi commenti sugli articoli, come in una sorta di processo di revisione tra pari allargato e “in chiaro”. Se l’idea rimane potenzialmente interessante, probabilmente occorre ripensarne le modalità, in primo luogo - ad esempio - permettendo di citare e riferirsi a punti specifici del testo. La via potrebbe essere quella di implementare questo tipo di interazione attraverso l’integrazione con le tecnologie mobili e strumenti quali app e servizi cloud-based, che hanno determinato un profondissimo cambiamento delle modalità di ricerca e diffusione delle informazioni online. Allo stesso tempo la ricchezza di materiali e di notizie in circolazione attraverso i media digitali può proporre anche uno statuto diverso dei testi e della generazione di conoscenza basata sulla Rete, stimolando l'elaborazione di tipologie di contributi più aperti e inclusivi sul piano dell'autorialità, ma anche maggiormente fluttuanti e meno statici nella presentazione dei risultati acquisiti.

Un ultimo aspetto che mi sento di sottolineare, quale punto di forza della configurazione attuale e stimolo per il futuro, è la concezione di Analitica come spazio di confronto e di aggregazione non limitato al ruolo tradizionale della rivista quale contenitore di testi di ricerca e recensioni. Le frequenti collaborazioni con la Rivista di Analisi e Teoria Musicale, il ruolo propositivo della Redazione all’interno del GATM, l’elaborazione di progetti editoriali innovativi nei contenuti e nelle forme, hanno richiesto un impegno e una quantità di lavoro importante, sottolineando la necessità per l’Associazione di lavorare in un’ottica di sistema. Il passaggio di consegne che avviene con questo numero rappresenta un momento cruciale per capire in che modo il capitale umano e intellettuale accumulato intorno ad Analitica saprà rinnovarsi e accrescersi. È stato per me un onore prendere in carico questo progetto, e la soddisfazione più grande è stato vederlo crescere e svilupparsi in direzioni inaspettate rispetto alle aspettative iniziali. Per questa ragione non posso concludere se non augurandomi che la rivista continui a cambiare e adattarsi alle necessità di quanti vorranno prendersene cura, portando avanti e dando nuova linfa a un progetto editoriale che merita di crescere e trasformarsi ancora.



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