Palazzetti, Caputo, Cecchi - Musica, politica, società: il ruolo dell’analisi


Introduzione - Musica, politica, società: il ruolo dell’analisi

Nicolò Palazzetti, Simone Caputo, Alessandro Cecchi

Analitica dedica gran parte del suo decimo volume (2017) all’indagine della teoria e dell’analisi musicale in quanto prassi influenzata da scelte politiche e pragmatiche, e pienamente inserita in specifici contesti ideologici e sociali. Recentemente, infatti, il dibattito sulle motivazioni e gli scopi della musicologia, considerata come pratica sociale, ha portato a una nuova consapevolezza dei presupposti ideologici e politici dell’analisi musicale [Broman-Engebretsen 2007; Buch-Donin-Feneyrou 2013] e a una storicizzazione delle contrapposizioni introdotte dalla New Musicology nell’ultimo ventennio del Novecento [Agawu 2004; MacCutcheon 2014]. Allo stesso tempo, la progressiva convergenza delle metodologie impiegate nei diversi campi degli studi musicali – dalla musica d’arte alle musiche di tradizione orale, dalla popular music alla musica nel contesto della comunicazione audiovisiva, dall’uso del suono nei nuovi media alle culture non-musicali del suono – ha messo in piena evidenza la stretta relazione tra le pratiche dell’analisi musicale e i loro fondamenti epistemologici, che riflettono, in modo più o meno evidente, precise scelte di politica culturale [van den Toorn 1996; Scherzinger 2001; Schuijer 2008, Campos-Donin 2009; Guilbault 2014; Earle 2015].

Di conseguenza, l’analisi musicale dovrebbe essere più conscia tanto del suo ruolo sociale, quanto della dimensione politica che ne orienta la prassi. Sono diventati sempre più evidenti i limiti degli approcci basati su concezioni di matrice organicista e grafocentrica che informano le pratiche analitiche fin dallo sviluppo della Musikwissenschaft in Europa e dalla successiva implementazione di teorie e pratiche analitiche europee negli Stati Uniti. Non si tratta di negare il valore dei postulati teorici sottesi a queste metodologie, ma di offrire un’occasione per riflettere sul loro statuto epistemologico. Questa riflessione ha favorito concezioni analitiche orientate non agli “oggetti” musicali come tali, ma all’esperienza musicale nel suo complesso e al suo inevitabile costituirsi come atto sociale e politico.

Analitica ha chiesto agli autori del presente volume, selezionati attraverso un call for papers, di concentrare le loro proposte su due aree tematiche e concettuali principali. Gli articoli di William O’Hara, Stefanie Kiwi Menrath e Mélodie Michel si concentrano sullo statuto epistemologico delle metodologie analitiche e sulle loro ricadute in termini sociali, ideologici e politici. O’Hara analizza la circolazione nel ciberspazio di un’epistemologia implicita riguardante lo statuto della teoria musicale in quanto oggetto di discorso pubblico. Presentata come un sapere esoterico che dischiude profondità mistiche destinate, per i non iniziati, a restare nascoste dietro la superficie dei fenomeni musicali – una retorica molto presente nei maggiori teorici del XX secolo –, la teoria musicale viene usata acriticamente per giustificare ideologie da lungo tempo superate in ambito musicologico (per esempio, la “scientificità” della musicologia o la presunta “superiorità” della teoria musicale occidentale). Da questo punto di vista, la riduzione della teoria musicale a strumento sottratto al controllo razionale la rende più facilmente manipolabile per finalità politiche e pragmatiche di ogni genere. Come antidoto, l’articolo incoraggia una maggiore autoconsapevolezza circa lo statuto epistemologico della teoria e dell’analisi musicale, che non è fissato per sempre bensì è processuale e storico, sempre provvisorio e in continuo aggiornamento.

Menrath affronta un altro aspetto dell’epistemologia della teoria musicale. Riprendendo la riflessione metodologica sulla ricerca etnografica della seconda metà del XX secolo, l’articolo considera ogni teoria e analisi in funzione dell’attività sociale dello studioso, che si situa tanto nella comunità scientifica quanto, più in generale, nella sfera del discorso culturale. Prendendo a oggetto casi di parafiction nell’ambito della ricerca musicale (come la costruzione della biografia e dell’opera di Ursula Bogner), l’articolo legge il discorso sulla musica come una performance collaborativa, dove i fruitori hanno un ruolo attivo. In alcuni casi la parafiction svolge una funzione critica evidenziando le fallacie dei sistemi di revisione (come le voci dedicate a musicisti inesistenti pubblicate in prestigiose opere enciclopediche); più in generale ciò evidenzia la performatività dei testi, nonché il loro contributo alla costruzione della realtà degli oggetti di cui parlano. L’articolo propone di implementare il performative turn in funzione di un concetto più radicale di ricerca, concepita come performance legata a politiche di produzione della conoscenza.

Michel analizza l’emergenza, l’istituzionalizzazione e la crisi della Historically Informed Performance (HIP) tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo millennio. L’obiettivo principale del saggio non è quello di fornire una storia dettagliata e completa del movimento HIP, ma di comprenderne il contesto epistemologico e le sfide teoriche. Michel descrive la HIP come una critica coerente del rigido logocentrismo che caratterizzava lo studio e l’esecuzione della musica d’arte occidentale. Come pratica performativa decostruttiva capace anche di aprire nuove prospettive all’analisi musicale, la HIP spostò l’attenzione – sostiene Michel – dalla “partitura scritta come oggetto di studio” alla “possibile sonorità che la precede”. L’autrice, che è attiva nella HIP come fagottista, mette in luce la crisi attuale di questa ambigua ricerca dell’autenticità e fornisce alcuni approcci teorici per recuperare il carattere oppositivo e provocatorio della HIP.

È opportuno avvicinare alle riflessioni di stampo epistemologico anche la recensione realizzata da David K. Blake al libro Give Peace a Chant: Popular Music, Politics, and Social Protest di Dario Martinelli. Blake inserisce il lavoro di Martinelli nel più ampio contesto degli studi sulla popular culture e identifica l’obiettivo principale del libro nel tentativo di comprendere come la popular music, anche quando non ha contenuti esplicitamente politici, possa arrivare a esprimere o avere un significato politico e sociale.

A una differente, anche se complementare, area tematica si riferiscono gli articoli di Jonathan Thomas, Jeremy Grall e Marica Bottaro. Questi autori esplorano il ruolo dell’analisi musicale come veicolo per una migliore comprensione degli oggetti culturali in quanto manifestazioni delle relazioni tra l’ambiente e la comunità artistica che li produce. Thomas, in particolare, utilizza l’analisi musicale come uno strumento pratico per la comprensione degli oggetti culturali del passato, come le registrazioni discografiche. Egli esamina le dimensioni politiche ed educative dei dischi di canti popolari francesi pubblicati alla fine degli anni Trenta da Le Chant du Monde, un’etichetta discografica fondata sotto l’influenza del Partito Comunista Francese nell’era del Fronte popolare. Dopo un’approfondita ricostruzione storica delle origini e degli scopi de Le Chant du Monde, Thomas analizza nel suo articolo tre canti popolari e i loro rispettivi arrangiamenti – spesso realizzati da famosi compositori e teorici dell’epoca, come Charles Koechlin.

Grall indaga la ricezione critica del brano Impressions di John Coltrane, concentrandosi altresì sulle strutture retoriche della composizione, caratterizzate dalla ripetizione e da un personale riutilizzo di melodie celebri prese in prestito da Maurice Ravel, Morton Gould e Bert Shefter. In questo modo, Grall illustra l’influenza della tradizione orale afro-americana sugli stili popolari. L’analisi, che prende in esame il contesto sociale in cui la musica di Coltrane fu creata, mette in discussione il pregiudizio della critica, la quale ha spesso lodato i tratti musicali associati alla tradizione classica europea a scapito di quelli di matrice distintamente africana.

Bottaro illustra l’influenza del repertorio folklorico sulla musica colta francese nel corso del vibrante periodo della Terza Repubblica, concentrandosi sulla musica sinfonica e da camera, generi che beneficiarono dalla nascita della Société Nationale de Musique (1871) e della Schola Cantorum (1894). L’analisi di brani di Déodat de Séverac (1872-1921) e Paul Ladmirault (1877-1944) suggerisce che numerosi musicisti, in un’epoca caratterizzata dall’acuirsi dei movimenti nazionalisti e regionalisti, utilizzarono spesso melodie popolari regionali. Queste ultime, tuttavia, pur rappresentando il colore delle rispettive zone d’appartenenza, possedevano caratteristiche che non rispecchiavano l’intera nazione (diversamente da quanto farebbe presumere la tendenza fortemente centralizzante dello stato francese).

Alla storia politica dell’analisi musicale è infine dedicato il saggio di Carlo Bianchi, il quale costituisce un rilevante supplemento alle due principali aree di ricerca delineate sopra. In particolare, Bianchi affronta in prospettiva storica la questione dell’influenza della politica culturale dell’Unione Sovietica sulla teoria musicale, un ambito di studio generalmente considerato isolatamente dalle questioni pragmatiche. Negli anni Trenta del Novecento, l’avvento dello stalinismo influenzò il successo della teoria musicale di Asaf’ev basata sul concetto di “intonazione”, a fronte della marginalizzazione a cui fu destinato Javorskij, il predecessore da cui Asaf’ev riprese tesi e concetti aprendo la strada a un loro uso nell'ambito dell'estetica del realismo socialista.



Bibliografia
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