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Le analisi dei musicologi e le analisi degli esecutori. Paragoni possibili e forse utili

Jonh RInk - pag. 7-29

Confusioni e polemiche tendono a regnare ogniqualvolta il termine “analisi” viene usato in relazione all’esecuzione musicale. Alcuni autori considerano l’analisi come “implicita in ciò che l’esecutore fa", per quanto essa possa essere “intuitiva e a-sistematica” [Meyer 1973, 29], mentre per altri autori gli esecutori dovrebbero impegnarsi in analisi scrupolose e consapevoli degli elementi parametrici di un brano, quando vogliano scandagliarne le “profondità estetiche” [Narmour 1988, 340]. Non si può negare che l’interpretazione della musica richieda decisioni (consce o meno) riguardo alle funzioni che nel contesto assumono particolari caratteristiche musicali e riguardo al modo di articolarle. Persino il più semplice passaggio (per esempio una scala o una cadenza perfetta) prenderà forma a seconda di come l’interprete capisce la funzione che esso possiede nel contesto del brano, e a seconda delle caratteristiche espressive che egli finisce con l’attribuirgli. Tali decisioni possono certamente essere intuitive e a-sistematiche, ma non necessariamente: la maggior parte degli interpreti riflette attentamente su come la musica “funziona” e impara a superare diverse sfide concettuali. Tale processo è, sotto molti aspetti, analitico; ma il termine ha bisogno di qualche spiegazione.
Lo scopo di questo articolo è di esplorare la dinamica tra pensiero intuitivo e pensiero esplicito che caratterizza in potenza l’analisi per l’esecuzione. Dopo aver esaminato parte della letteratura descriverò una modalità analitica che a mio parere assicura vantaggi e non costrizioni all’esecutore; tutto ciò verrà illustrato con un esempio tratto dal Notturno in Do# minore op. 27 n. 1 di Chopin.

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